domenica 25 ottobre 2015

Schiavitù digitali: il Salone dell'Editoria Sociale riflette sul 2.0


Un convegno al Salone dell'Editoria Sociale si interroga sulla democraticità vera o presunta delle nuove tecnologie tra uberizzazione, populismo digitale e modelli schiavistici. 


Il 25 ottobre si è tenuto negli spazi di Porta Futuro nell'ambito del Salone dell'Editoria Sociale il convegno "Utopie digitali. Libertà o nuove schiavitù?". Avviando il dibattito nel suo ruolo di moderatore, il giornalista Giuliano Santoro ha ricordato come già dagli anni Settanta in poi nascesse e crescesse un'appassionata fiducia nella tecnologia, citando l'esperienza di quei collettivi che vedevano nella rete un canale libero e alternativo e facendo l'esempio della rivista Decoder che diffondeva tematiche legate al mondo del cyberpunk e si poneva l'obiettivo di creare una rete telematica autonoma.

Secondo Carlo Formenti, giornalista e scrittore, insegnare oggi una teoria dei nuovi media non ha più senso in un contesto in cui assistiamo alla totale fusione di queste tecnologie con il sistema economico e politico così come con le relazioni sociali, dando vita a un inedito unicum che si può indagare soltanto adottando un'ottica molteplice che tiene conto di svariate connessioni. Quindi non l'utilizzo della tecnica, ma "la tecnica stessa è il capitale" là dove la vecchia concezione della separabilità di lavoro e rapporti sociali appare sorpassata e inadatta a descrivere il panorama odierno. 

Dal fenomeno di Uber, servizio taxi privato su richiesta online, i cui lavoratori, ufficialmente dei liberi professionisti, sono in realtà sottopagati e obbligati a svolgere fino a cinque lavori per vivere fino ai drammatici suicidi degli operai cinesi della Foxconn, l'azienda che si occupa di produrre componenti elettronici per le più famose aziende statunitensi ed europee, quello in cui viviamo è un mondo "screziato", come dice Formenti, dove il linguaggio del conflitto sociale non rende più conto delle innumerevoli differenze presenti in quel groviglio che è il sistema lavoro, la tecnologia e la vita stessa. La rete come strumento libero e democratico sarebbe nulla più che un mito, considerato che Internet, tanto quanto radio e televisione e in perfetta interconnessione con quelli, si basa su gerarchie e accentramenti.

Per Rossano Baronciani, docente di Etica della Comunicazione all'Accademia di Urbino e Macerata, i social network producono tramite l'accumulazione di informazioni e dati personali un universo ideale che ci fa vedere solo quel che ci interessa e utilizza il nostro stesso linguaggio, in breve, un perfetto ambiente di coltura per un ossessivo "narcisismo digitale". Eppure, a dispetto della sua capacità di accumulare dati, a Google mancherà sempre quell'elemento di emozione e comprensione che è il risultato delle nostre esperienze reali. Nonostante ciò, l'opinione di Baronciani è che la questione importante non sia tanto esercitare una critica fine a se stessa nei confronti dei nuovi media quanto scovare sentieri consapevoli e alternativi.

Come spiega Karl del collettivo Ippolita.net, gruppo indipendente di studio sulla rete e sui suoi lati oscuri, la loro missione è sensibilizzare l'utente su determinate dinamiche e insegnargli a contrastare certi fenomeni. Facebook è nella sua opinione una macchina che misura la "prestazione" dell'iscritto tramite il like, sicuro oggetto di dipendenza: la sua apparente natura di piattaforma amichevole vuole infatti farci credere che tutti i problemi siano risolvibili. Schierandosi apertamente contro la concezione di una società "aperta" sì, ma solo al mercato, e a favore di un mondo davvero libero, Karl sostiene che il problema vero non è il "potere" nel senso di "saper fare", bensì gli imperi economici e il loro controllo sulle nostre vite.

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