Maurizio Brancaleoni's blog. Reviews, interviews, translations and haiku. Bilingual. Un blog di Maurizio Brancaleoni. Recensioni, interviste, traduzioni e haiku. Bilingue.
laura fortin visual artist poet turin italian poems torino premio combat 2017
Hi
Laura,
I'm
very pleased that you agreed to be interviewed.
Firstly, I would like to ask you how
your passion for writing arose. At what age did you start writing
with a certain awareness of what you were doing? What and why did you
write?
I
started writing when I was 14. I attended several competitions and won some. At
the time I
wrote to
express my feelings, but I had
no
awareness of the power of the word. I went on writing for years, but
I believe I developed
such an awareness
in 2012 when I opened my definitive blog.
Aside from natural improvement, have
you noticed a development in your style and aims over the years? Has
there ever been an occasion when you read something you had written
and said to yourself: “This is it, I did it. Now I only have to
keep writing like this”?
Over
time my style has changed a lot. Slowly I refused classical poetry and
began
to focus on mental images. When I am able to capture one of these
images,
I think I’ve got the result.
Whilst
a lot of poems deal with the portrait of a single moment, short
stories tend to depict a particular event. It seems to me that your
writings are halfway between the two genres as they represent a
series of moments connected by unpredictable and startling
associations. How would you define your writings?
(https://laurafortin.wordpress.com/)Prose poems? Poetic short stories?
Mental polaroid pictures, definitely.
Would you like to tell us more about
your writing process? How does it usually happen?
It’s
not something
habitual.
I am used to surround myself with beauty as I am an artist in
the way I live.
I study art, I watch art movies, I listen to quality music. All of
these inputs are necessary to translate simple feelings into images.
Through
my
poetry I
try to
use
art to represent a
human
state of mind.
How often do you write and how long
does it take you to polish a writing? When do you know that it's
“finished” and ready to be published?
It’s immediate. I start, I write, and
it’s done. No refining.
Lastly,
I would like to ask you to share one of your writings with us.
I HAPPEN
These are separate lanes, flavorless
liquids, brittle cold. Screw together to survive, marry an
anticipation and have children, crippled. This is a clean space, it
has no hair, no odor. It's an aimless memory, without pride, a whole.
My heart throbs like the accent of a language that doesn't own me.
Quit saying to grow mark, washing away to become presence. Hunger is
in my bed, young whore, she doesn't know she's departing. I oversee
empty rooms, no rest. I happen.
Grazie
per avermi concesso quest'intervista! La prima domanda che mi viene
spontaneo farti è: perché Red Tweny? Ha un significato particolare?
Ciao
Maurizio e grazie a te per il tuo interessamento. Allora…perché
Red Tweny? Allora, “Red” perché un nome – ammesso che sia un
nome - più corto non c’è, perché mi ricorda il nome di Rhett (il
simpatico protagonista maschile di Via col Vento, leggi Clark Gable)
e perché il colore rosso è grandemente in contrasto con i miei
soggetti in bianco e nero. Tweny invece nasce dalla contrazione di
twenty, liberamente ispirato dalla traduzione inglese di twentytwo
(22), un numero che ricorre spesso nella mia vita, in occasioni
fortunate e sfortunate.
Da
dove nasce la tua passione per il disegno? Credi che qualche evento
in particolare ti abbia spinto in questa direzione?
Non
ricordo eventi particolari che mi hanno spinto a disegnare…mi viene
naturale da quando disegnavo sui banchi di scuola. Disegnavo con le
Bic su di loro ed i segni che oggi riproduco su grandi formati sono
più o meno gli stessi che disegnavo in piccolo sui supporti di
formica verde dei banchi; poi la signora delle pulizie nel pomeriggio
puliva tutto ed io trovavo il giorno dopo un nuovo “foglio” da
disegnare. Le ispirazioni da ragazzino non mancavano: ero un po' più
piccolo degli altri miei compagni sia fisicamente che emotivamente e
mi sentivo sempre un po' emarginato. Le tante e premature delusioni
d'amore insieme ad un'educazione familiare bacchettona e soffocante
fecero il resto: mostri e contorcimenti a go-go! Se da adolescente
amichetti e famiglia urtavano violentemente la mia sensibilità, oggi
mi faccio interprete delle sofferenze e delle aspirazioni - spesso
negate - all'animo umano. Non posso non vedere come dentro di me e
intorno a me la sofferenza ed il disagio avvolgano tutti noi, nessuno
escluso. Questo aumento del malessere dell'attuale condizione umana
mi è troppo evidente ed è in stridente contrasto con la quantità
di oggetti e cose che tutti noi possiamo disporre rispetto solo a
cinquant'anni
fa. Non so dare spiegazioni né ovviamente cure: me ne faccio solo
interprete disegnandolo.
Com'è
cambiata la tua arte nel corso del tempo? Ti ispiravi a qualcuno in
particolare agli inizi? È stato difficile approdare a uno stile
unico e personale o in qualche modo si è trattato di un processo
automatico, spontaneo?
Diciamo
che non sono stato molto costante nel tempo. Ho iniziato a disegnare
seriamente (cioè con l’intento di fare mostre e vendere i miei
lavori) tra i 19 ed i 25 anni e poi ho iniziato di nuovo – spinto
da un mio amico editore – circa 10 anni fa, all’alba dei miei 40
anni. Il mio soggetto preferito erano e rimangono i volti dove riesco
- o almeno mi sembra - di poter concentrare tutta l’essenza dei
miei umori e sensazioni. È
lì l’essenza dei miei lavori e non sentirei l’esigenza di andare
oltre. Capisco che però si rischia di essere monotoni ed ho iniziato
tre-quattro
anni fa ad intercalare ai volti anche situazioni un po’ più
complesse dove corpi e strani esseri
antropomorfi si muovono, si sdraiano, si siedono o provano a
slanciarsi rimanendo però sempre contorti o piegati in parte su se
stessi. Non è facile perché il foglio mi sembra sempre troppo
piccolo per questi soggetti, ma devo cimentarmi ogni tanto con queste
situazioni.
Per
quanto riguarda la scelta del mio stile non è stata una scelta
meditata ma si è trattato di un processo naturale. Poi nel tempo mi
sono reso conto di essere abbastanza un unicum nel quasi infinito
contesto artistico che il web ci propina e l’ho consolidato. Poi mi
sono accorto che disegnare con la china ha anche molti aspetti
pratici e positivi: è economico, non sporca e se devi spedire un tuo
pezzo lo puoi intubare e con 25 Euro lo puoi spedire con DHL fino
negli USA, impossibile con un opera ad olio.
Di
norma, quanto tempo impieghi per realizzare un disegno?
La
produzione di un mio lavoro prevede due momenti ben distinti: la
progettazione del pezzo attraverso un bozzetto a matita su un piccolo
formato A4 e la sua realizzazione con la penna a china su grande
formato (50x70 cm).
Per
il bozzetto i tempi sono variabili: posso passare una settimana a
scarabocchiare senza produrre
nulla di significativo come posso realizzarne quattro
o cinque
in un’ora. È questione
di sintonia ed ispirazione, di silenzi e luci, di casualità e
sensazioni vissute nel recente. Certo è che nel tempo ho prodotto
tanti bozzetti che tengo da parte, quindi ho in “cascina” molti
disegni da realizzare sul
grande formato, rigorosamente 50x70 cm. Una volta selezionato il
bozzetto di base procedo alla sua stesura e realizzazione con la
china (uso quasi sempre una punta da 0,3 mm). Qui i tempi sono più
precisi: circa due ore al giorno per 7 giorni, non si scampa. In
questo sono abbastanza preciso nel produrre almeno un pezzo la
settimana: lo devo e lo voglio, anche perché penso che la costanza
paghi.
So
che apprezzi molto Francis Bacon. Cosa ti affascina in particolare
della sua opera? Ci sono delle personalità letterarie che
indirettamente hanno influenzato il tuo lavoro nella costruzione di
una determinata atmosfera? Oppure, se hai l'abitudine di ascoltare la
musica mentre sei all'opera, ci sono dei brani o dei generi musicali
che ti fanno lavorare meglio?
Di
Bacon ammiro la perfetta rappresentazione del moderno malessere della
condizione umana. È sconcertante
e splendido l’uso e il drammatico accostamento di colori
assolutamente brillanti e “frivoli” con il nero delle improvvise
ed improbabili ombre. È
lampante la rappresentazione della solitudine umana raffigurata
durante momenti del viver comune in ambienti che mai penseresti di
utilizzare per un opera d’arte. I suoi volti lacerati e decomposti
comunicano innumerevoli concetti: la nostra caducità, la nostra
sofferenza, il mostro che è in tutti noi. Ma sono stati scritti
innumerevoli saggi su Bacon, ed è sciocco che io mi metta a fare la
critica. Personalmente è l’unico artista che mi dà,
ogni volta che appena lo vedo, uno stimolo a disegnare qualcosa di
nuovo. Ma devo limitarmi solo a sbirciarlo per qualche secondo per
non rischiare di rimanerne influenzato…sarebbe un guaio!!
Mentre
disegno la sera non ascolto musica ma mi sintonizzo dalle 21:00 in
poi su Focus (canale 56) nella speranza di ascoltare qualche
trasmissione sul cosmo e sulla fisica: niente di meglio per spaziare
un pò e ricordarmi quanto siamo piccoli e di passaggio. La musica mi
assorbirebbe troppo, e non riuscirei a concentrarmi abbastanza sul
disegno….non so perché ma invece le trasmissioni di Focus sono per
me l’ideale per disegnare ma nello stesso tempo pensare e
riflettere su elementi che poi in qualche modo si riflettono sui miei
disegni: notato quante spirali e orbite ci sono dentro di loro?
Per
la lettura confesso che mi sono fermato, in tenera età, alle letture
di Edgar Allan Poe; poi la vita, il lavoro, la famiglia e tutto il
resto degli impegni mi hanno impedito di coltivare questa attività:
non ho materialmente tempo per dedicarmi alla lettura di un buon
libro; non si può fare tutto nella vita !
Nei
tuoi disegni il bianco, il nero e tutti i toni del grigio vengono
usati per dare profondità a figure stralunate e distorte in torsioni
impossibili, ma sempre precise e impeccabili nella loro plasticità.
Vorrei però chiederti: ti piace anche sperimentare con il colore? Ti
risulta più difficile ottenere gli stessi effetti?
Chi
disegna o pittura non può dimenticarsi del colore, per carità, lo
so. Ma nel mio caso e con la mia tecnica vorrebbe dire rallentare
enormemente la produzione, ed io sono avido di creare il soggetto
“perfetto” che non sono ancora riuscito a produrre. Ho già
prodotto soggetti a colori con la china (che purtroppo non ho più e
non ho neanche fotografato) ma il tempo per la loro realizzazione
decuplica ed io non ho più “tempo da perdere”! Ho tra le altre
cose l’obiettivo di arrivare ad avere almeno 400/500 pezzi nella
mia galleria e dato che non amo fare pezzi che si rassomigliano o che
introducono solo qualche variazione, capisci che non posso impegnare
2 o 3 settimane per introdurre “solo” del colore ai miei pezzi
(utilizzerei sempre penne a china, non tecniche di gouache o
acquerello). In fondo poi i miei pezzi sono immediatamente
riconoscibili anche per questa caratteristica cromatica, nonostante
non mi sembra di essere l’unico che si cimenti con il B&W!
Conoscendomi so che poi tenderei a riempire tutti gli spazi con il
colore distraendo l’occhio dello spettatore dal messaggio centrale.
In ogni caso non escludo a priori il colore, ma non è ancora il
momento.
Quanta
realtà penetra nei tuoi disegni e quanta pura fantasia?
Quando
riesco a trovare il momento e la situazione ideale per buttare giù
un bozzetto la parte razionale si spegne e vado quasi in trance,
quindi mi è difficile stabilire razionalmente quanto e cosa penetra
nei miei soggetti. Diciamo 50 e 50?
Non
amo l’astratto, il surrealismo o l’iperrealismo fine a se stessi.
Mi piace solo qualcosa di questi stili e cerco sommariamente di
coniugarli. Anche in questo Bacon era – ovviamente – un maestro.
Sono
d'accordo con te quando dici che il tuo stile è estremamente
personale e riconoscibile. In questo senso, credi che l'originalità
paghi sempre o a volte ti capita di pensare che forse sarebbe più
facile accodarsi a una determinata moda, seguire vie già
consolidate, fare parte di un gruppo che si dà determinate linee
guida?
È
semplice la risposta:
fortunatamente non vivo con la vendita dei miei lavori, quindi posso
permettermi di percorrere la mia strada senza scendere a compromessi.
In ogni caso non sarebbe una soluzione con garanzia di successo
quella di accodarsi ad una determinata moda…. e poi nel caos di
oggi chi potrebbe stabilire quale è la “moda” attuale? Non
conosco e non frequento il mondo dell’arte, ma ho l’impressione
che non ci siano più mode o correnti precise come nel mondo della
moda per l’abbigliamento: ognuno si veste come gli pare e con i
colori che gli pare. Ora
l’importante è farsi interpreti del tempo che si vive e riuscire a
toccare le corde dell’osservatore. Ecco, in questo credo e voglio
essere molto alla moda, cercando di rappresentare il crudo,
spaventoso e ormai incontrollabile attuale caos sociale ed etico che
ci atterrisce e ci fa contorcere dall’ansia e dalla paura a partire
dagli Stati Uniti fino ad arrivare in Cina.
Dov'è
possibile acquistare le tue opere?
Ho
una curatrice americana che opera in Svizzera e promuove in quella
zona i miei lavori, si chiama Julie Draper
(www.drapercontemporary.com).
Per gli amici italiani invece posso fare da me (redtweny@gmail.com)!
grazie per aver accettato
l'intervista. Che ne dici di iniziare parlandoci un po' di te e del
tuo lavoro?
Grazie a te dell'opportunità! Un
ascolto non va mai dato per scontato e cercherò di meritare
l’attenzione accordatami.
Faccio ricerca medica, più precisamente
faccio il biologo strutturale, e anzi, a voler dare più dettaglio
ancora, faccio il cristallografo di proteine. Se quindi qualcuno ha
una proteina di cui vorrebbe conoscere la forma 3D può venire da me,
si faccia sotto e io provo a risolvergliela. E speriamo che non mi ci
vogliano 8 anni, come mi successe nel 2003-2010 con la struttura del
Fattore I del complemento umano!
In breve, parto dal gene che
codifica per la proteina, lo metto dentro delle cellule che leggendo
il gene producono la proteina, la isolo e ci faccio un cristallo.
Questo cristallo funziona un po’ come una lente di ingrandimento
dato che le proteine anche se sono molecule grandi rimangono pur
sempre impossibii da osservare al microscopio ottico (hanno dimensioni
attorno al milionesimo di millimetro). Per “vedere” la proteina,
mando i raggi X sul cristallo e con le immagini che registro su un
rivelatore , ricostruisco la struttura del cristallo e quindi della
proteina. Vedendo questo modello in 3D si capiscono molte cose circa
la funzione della proteina e per esempio si possono inventare
molecule che ne alterino il funzionamento, e magari diventare
medicine.
Quando hai cominciato a scrivere
poesie? Quali erano i tuoi autori preferiti allora? Come è cambiato
nel tempo il tuo approccio alla poesia?
Ho
iniziato a scrivere poesie al liceo (alcune in latino, per via del
Certamen Catullianum, un concorso di scrittura in latino che si tiene
ogni anno a Lazise). Da piccolo amavo Gianni Rodari, le sue
filastrocche, i suoi temi bonariamente sovversivi e le sue rime
forzate e bislacche. Mia madre citava a memoria da poeti studiati da
lei a scuola, alcuni dei quali oggi farebbero rabbrividire molti: Ada
Negri, Marino Moretti, Diego Valeri e poi naturalmente Pascoli e
Leopardi. Crescendo, leggevo tutto quello che mi capitava tra le mani
(ho sempre divorato le antologie scolastiche). Una predilezione per
certa poesia che non si prende troppo sul serio mi rimaneva:
Cardarelli, Gozzano, Palazzeschi, etc. Ho letto Dante come tutti a
scuola, un po’ con l’imbuto e un po’ col cucchiaino. Mi
piacevano soprattutto Ariosto (mi ricordo ancora di quando comprai I
due volume dell’Orlando Furioso e lo lessi un’estate e mi fece
una grande impressione, per la levità, la fantasia, l’invenzione)
e Montale, di cui ebbi in regalo il Meridiano Mondadori, e rimane per
me una lezione di pulizia e di rilevanza somma.
Vorrei avere la
cultura di Antonio Bux al riguardo, e cerco di colmare le mie lacune,
ma di contemporaneo conosco bene e amo soprattutto Cristina Annino e
Giuseppe Caracausi. Alcuni testi di Antonio Bux e Giampaolo de Pietro
hanno anche quelli una grande forza per me e li rileggo volentieri.
Ritorno sempre anche sui miei poeti inglesi americani preferiti
(Emily Dickinson, Wallace Stevens, Marianne Moore). Col tempo ho
capito che la maggior parte della poesia non mi piace (per dirla con
Cristina Annino: “L’intimo non mi va, e il lirico / mi
spaventa.”) ma il poco che amo vale tutto il tempo passato a
leggere cose meno buone nel tentativo di trovarlo. La poesia per me
insomma è il proverbiale letame con la gemma dentro.
Quante
lingue conosci? Cosa ti piace di ognuna di queste lingue? In quale
modo la lingua influenza la tua poesia?
La
poesia buona per me deve essere contemporanea, nel senso di aderire
al parlato corrente (con buona pace di avanguardie e classicisti); e
l’impatto con le lingue straniere è una sorgente importante dei
cambiamenti di una lingua.
Dopo 20 anni passati all’estero,
rispondendo a questa domanda sulle lingue straniere, spendo però
innanzitutto qualche parola sulla nostra. L’Italiano ha dentro una
storia che comprendo bene, da quella dei miei genitori e dei miei
nonni, giù giù nei secoli fino alle sorgenti del latino: per questo
è importante per me. Non sopporto però quello che io chiamo
l’italiano da tema scolastico, con tutte quelle subordinate che
offuscano; la scrittura giornalistica italiana sciatta che mescola
pochi fatti e molte opinioni; il burocratichese; e soprattutto il
sermone e il discorso cattolico, un vero veleno distillato di
anti-senso e sussiego, un uso atroce della lingua, che in un colpo
solo non comunica nulla di sensato e non lascia spazio a nient’altro
di vero. Poco dell’Italiano che sento parlare in TV vale. Alcuni di
questi orrori esistono anche in traduzione ma gli aspetti deteriori
delle lingue straniere non ci frustrano mai quanto quelli della
nostra.
Leggo, ascolto, parlo e amo più di tutto l’inglese, per il
suo lessico sterminato (circa sei volte più ampio dell’italiano)
che consente un’accuratezza estrema, quando la si voglia; e per
l’assenza quasi assoluta del genere, il che permette di essere
assai ambigui, quando lo si voglia. Esempio: “My
friend is visiting from Italy. They arrived last night and they’ll
stay until Monday.”
dove l’assenza di maschile/femminile e l’uso estremo del pronome
plurale per riferirsi a un nome singolare, lasciano in ombra il sesso
di questo amico/a in visita. L’inglese insomma è una lingua in cui
chi parla può dire quello che vuole come vuole, senza cozzare contro
troppa restrizione grammaticale o sintattica. L’inglese è una
lingua in cui chi parla ha potere quasi assoluto su quel che dice.
Del francese, che leggo senza grossi problemi ma parlo assai male,
amo i suoni, così sofisticati e irriproducibili per me. Lo spagnolo
infine lo amo in maniera viscerale, perché ha la familiarità
dell’Italiano, eppure mi sorprende costantemente. Un po’ come
l’emozione enorme che ci darebbe la scoperta di una vita che non è
stata la nostra ma poteva chiaramente esserlo. Lo trovo anche di
un’eleganza commovente, ancora una volta per via che mi ricorda un
Italiano altro, forse ottocentesco, magari futuro.
Ci racconti un po' delle tue
esperienze di pubblicazione cartacea e su Internet? Dove pubblichi le
tue poesie? Sei in contatto con delle realtà virtuali stimolanti?
Mauro
Ferrari mi propose di pubblicare il primo libro, uscito con lui a
Puntoacapo nel 2010. Fu un’occasione di cui gli sono grato e che
non mi lasciai sfuggire, ma da allora ho deciso che non voglio più
contribuire alle spese del libro pur di pubblicare. Piuttosto mi
tengo il manoscritto per me: in venticinque anni di scrittura, contro
i due libri pubblicati, ne ho cinque completi ancora nel cassetto.
Voglio un editore che prenda il rischio e investa in un libro, anche
perché è una garanzia che si darà da fare per
promuoverne la
diffusione. In tal senso, quest’anno ho avuto la splendida fortuna
di incappare in Piera Mattei a Gattomerlino Superstripes, che non mi
ha chiesto un centesimo e ha prodotto un librino di veste grafica
impeccabile colle mie poesie del 2012-2013. Quanto a Internet,
metto i miei testi su Facebook per i miei amici, e mettevo tutto
quello che scrivevo (salvo poi cancellare I testi che uscivano in
libro) su http://www.scrivere.it,
ma hanno iniziato a censurarmi pesantemente, ed è un peccato.
Nei
tuoi componimenti, la lingua è scientifica, precisa, si vuole
oggettiva mentre sviscera l'umano e la sua fallibilità. La direzione
del discorso è data dal gioco di parole arguto basato sulle
combinazioni lessicali, sulle assonanze, sulle vicinanze semantiche
(inevitabile l'accostamento al wit dei poeti metafisici inglesi.) Spesso questa svolta semantico-argomentativa è realizzata nell'enjambement.
Un altro aspetto che mi preme è la corporeità, la
descrizione puntigliosa dei gesti, in breve, l'immagine concreta che
realizza l'immaterialità poetica (una contraddizione in termini!) Di
solito come nascono le tue poesie e quanto ti richiede il lavoro di
limatura?
Hai
ragione a dire che i miei testi sono corporei, è perché sono uno
scienziato, e il linguaggio che si rivolge a sé stesso per me è una
soglia che non porta da nessuna parte. La mia poesia vuole il mondo
dentro. Il tuo commento mi ricorda anche quello che ne ha scritto
Nicola Gardini : nella sua nota critica alla mia poesia apparsa
nell’Antologia “Poesia
in Piemonte e Valle d'Aosta“
(Puntoacapo, 2012), lui dice che c’è molta statica nei miei testi
e che però sono ginnici. E anche John Donne è un paragone che mi
emoziona, non perché ne sia degno ma perché amo la poesia come la
sua, con dentro idee, discorso. Quanto al gioco di parole, e ai
trucchi che tu menzioni, sono in parte il frutto della constatazione
tragicomica che arrivato alla mezza età, mi pare potrei far fronte
alla maggior parte dei dilemmi della vita facendo ricorso a proverbi
o luoghi comuni. Ma gli stessi aspetti del mio linguaggio assolvono
anche funzione manipolativa, perché in poesia si ha una chance che
non molte altre forme di comunicazione offrono (a parte il romanzo
giallo e l’enigmistica), quella di attirare il lettore in una
trappola lavorando sulle associazioni di idee inevitabili, sul
pensiero debole perché trito, su quel che l’orecchio si aspetta
mentre il cervello dorme. E io provo a scrivere testi che tirano il
tappeto da sotto le scarpe al lettore. Perché quando si tratta di
pensiero, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Paradossalmente
spero che il mio uso del banale il consueto lo stranoto possa
svuotarli del valore che vien loro attribuito dal lettore senza che
ne sia consapevole. Insomma mi piace creare inciampi per emancipare.
Me stesso prima di tutto!
Un
testo mio nasce in genere da qualcosa che sento dire da altri, oppure
da una frase che mi arriva in testa di notte. In genere un testo è
pronto in meno di un’ora. Poi il giorno dopo lo rileggo e lo taglio
e lo riduco all’essenziale. Rari oggigiorno i testi che hanno
richiesto lavoro più lungo (un tempo sì).
Vorrei concludere l'intervista
chiedendoti di condividere con me e i lettori del blog due poesie in
italiano che credi siano particolarmente rappresentative del tuo
stile.
Ai
potenti, al destino
Chi può
vieta a
chi non. Questi ultimi
saranno i primi
Zeta. A differenza
di ciò,
chi non sa
chiede a
chi. I quali senza
dubbio rispondono.
Io seguo
un metodo scorretto,
moltiplico pani per pesci, lancio
monete roventi
dal tetto al marciapiede. Ribéllati
anche tu se ci riesci,
dico al mondo bambino. Elévati
a qualche potenza, pianta
un casino.
1315 C
Quando
ho visto il calendario dei pompieri, ho pensato ad uno degli
imbianchini. Patinato, antartico, i pinguini, venderebbe coi
fabbri e gli infermieri, unici veri esperti del calor e.
Ringraziandoti ancora per il tuo
tempo, ti saluto lasciando ai lettori qualche link che ti riguarda:
batsceba hardy artist photographer photographs batsceba hardy berlin batsceba hardy artist of the irreality batsceba hardy far from the madding crowd
Hi
Batsceba,
First
of all, thank you for agreeing to this interview.
My
first question is about your artist name. Why did you choose Batsceba
Hardy as your official name? Is it just the homage of a passionate
reader to Far From the Madding Crowd and its author or do you
sort of identify with Hardy's character?
Damn, I
never answered this question! However, I try to please you, so i tell
you something: of course, the reference to Far from the maddingcrowd is glaring. For the rest I keep my secret, I can only
add that Batsceba Hardy is a very singular name, unique in the
world. I should copyright it ;)
You
define yourself an “artist of the Irreality” who “lives and
will only live in the net”, currently residing in Berlin, although
“she could be anywhere”. You also write “I'm a photographer of
the wait. I don't look for shots. I find them in the pauses.”
I'm
utterly fascinated by your work. It seems to me that your method
essentially relies on hiding, revealing and revealing through hiding.
Very often, when looking at your photos, we are well aware of the
presence of the artist even if she doesn't appear in the picture.
That is, the hidden artist is revealed through her unique vision
while revealing to us what she is seeing. Sometimes what we are
shown of the artist is her vague reflection in a glass surface,
implying her wish not to be seen and to be seen at the same time.
This is all extremely intriguing. How would you explain these two
opposite tendencies?
Thank
You! You have carefully analyzed my work, I can only add this:
"it
is joy to be hidden and disaster not to be found" (D.W.
Winnicott)
Anyway,
"artist" of the Irreality, means: to be able to stand
outside, beyond. Living perpetually in the interspaces, those that
can be caught by the lens or by the words. having no borders,
obligations. In many of my writings I speak of invisibility,
transparency. And also in my photographic works I speak of empty and
full. Of absence. Clearer?
I
love that quality of meaningful immediacy pervading your shots of
people in bars, in the metro or just strolling the city. No sequence
of words could narrate reality better than such lively portraits.
When did you start taking this kind of pictures? Were you influenced
by other photographers?
I started
taking street photos in Berlin, trying to be in the mood with
the city and its inhabitants. What interested me was the sadness and
-at the same time- the feeling of freedom, of diversity, that you can
experience in Berlin. As always I'm driven by the desire to retell
reality, and so I do it taking photographs...
Uhm...
Many. Man Ray, Ansel Adams, Urs Lüthi, Cecil Beaton, Vivian Maier,
Robert Doisneau, Diane Arbus, Weegee, René Groebli,André Kertész,
Helen Levitt, Elliott Erwitt, Alfred Eisenstaedt, Henri
Cartier-Bresson, Richard Avedon, Yuri Bonder...
The
world is full of good eyes.
Do
you already have an idea of the final result when beginning to work
on a collage or you just start experimenting? What software products
do you utilize?
When I
start a project, I always have an idea of what I want to achieve.
Every shot is aimed at my current project.Randomness
interests me, but is something that is in a corner, maybe the flame
that kindles the idea.
In any
case, I never stop to experiment!
I call my
“montage”: "combi-photography". It's a superimposition
of photograms (two or more), as in analog photography. Fusion of
forms and colours - reality and individuality - through a synesthetic
perspective (Photoshop)
In some
of my work I worked with the program Comic Life, creating
empty paper page on which to paste and assemble the photograms
previously extrapolated, exactly
as they used to do in the analogue studio. A
real use of the virtual.
What
camera do you use?
Niki Ray
(Nikon D7000)
Blue
(Olimpus u9000,S9000)
Daniel
(Nokia C5)
and
others.... CASIO EX-Z110 - Olympus OM1 ....(analogic)
I
am not a “traditional” photographer, I believe that the means are
not so important, after all ... and I don't have so much money to buy
what I'd like.
So I
dream of a dark room, a study, one Hasselblad, three Laica, a series
of Polaroid, and more.
Do
you think they share some themes? How would you define your writing
style?
I don't
stick to genres, I like to tell stories in different ways, but I
believe there is always a certain irrationality in my writings. I
defined my way of writing imaginary realism.
What
do you think is typical of Berlin or of people from Berlin? Is there
something you're especially fond of about Berlin?
I
can no longer talk of Berlin. Everybody talks about this city... I
think it's a wounded city, its sidewalks carry the memories of these
wounds: the signs of the wall and the burnished labels with the names
of the deportees of Nazism.
I
guess it's like me: tristallegra (sad&happy)
In
this city you can find everything, from the man with the Green parrot
on his shoulder, to the guys walking around with sheep, from the girl
with the pink pig on a leash to the elegant gentleman who goes on an
electric skate. And then there is the sky, always in motion, without
borders. The sky above Berlin.
Martedì30
settembre 2014 – Ultimo
appuntamento di Libri a Mollo con la presentazione del nuovo libro
di Nicola Lagioia, “La ferocia”, edito da Einaudi.
Carmelo Calì, ideatore e promotore della
rassegna, si dice orgoglioso di chiudere con Lagioia questo ciclo di incontri.
Secondo Giordano
Meacci, moderatore dell'evento,
Lagioia “cambia scientemente voce” e sceglie di adottare con questo libro la terza persona
per “raccontare la parte nera” dell'Uomo con la narrazione di una vicenda familiare.
Con rigore filologico Meacci ci parla di
un'accezione meno conosciuta del sostantivo “feroce” che starebbe
per “spavaldo, arrogante, fiero”, come lo si ritrova in
Boccaccio. Questa quindi la “ferocia” che contraddistingue la
Clara Salvemini del libro, nelle
parole di Meacci, una “Mickey
Sabbath filtrata da David Lynch”.
Inoltre, il termine ricorrerebbe in momenti importanti del libro, in cui rispettivamente si
parlerebbe di “ferocia degli occhi”, “ferocia del popolo del
sud” e del
personaggio di Annamaria che sente già feroce la bambina nel suo
ventre.
Degne di nota sarebbero anche “le
parentetiche” di un testo che nell'affrontare l'enormità del
Male si conferma un'opera
d'arte vera.
Lagioia ci rivela di aver lavorato al
libro per quattro anni e mezzo, un lasso di tempo in cui
effettivamente la realtà è cambiata, “l'aria intorno a noi si è
incattivita” e “la crisi è arrivata nel tinello domestico”:
“la ferocia” sarebbe allora “il clima emotivo che circonda il
romanzo”, secondo l'autore “uno stato di natura da cui crediamo
di esserci emancipati e che ci viene a riprendere nei momenti di
difficoltà”.
Con “La ferocia” l'autore fa anche i
conti con la sua terra d'origine, la
Puglia, che percepisce lontana e vicina al contempo ogni volta che vi fa ritorno. In questo
senso, il romanzo sarebbe anche espressione di “una ferita con cui
bisogna imparare a dialogare”. Incuriosito da questa presentazione? Puoi acquistare il libro qui.
Venerdì 26 settembre 2014 – Sono due i
libri di Paolo Zardi - “Antropometria” e “Il giorno che
diventammo umani” - presentati all'ultimo incontro di Libri a mollo
al Chioschetto di Ponte Milvio.
Graziano dell'Anna, moderatore
dell'evento, ha parlato della grande risonanza che ha avuto sui
social network una foto di Paolo Bonolis che leggeva “Il giorno che
diventammo umani” e si è augurato di vedere sempre più vip che
leggono nella speranza chesegnali di questo tipo risollevino
l'editoria da questo momento di grande crisi per l'editoria.
Paolo Bonolis, ospite d'eccezione, ha
spiegato che il suo interesse per questi libri nasce dalla capacità
di Zardi di 'cogliere frammenti in superficie dell'animo umano che
cambiano a seconda della luce che impatta' su questi e di raccontare
'sensazioni in un breve tratto di racconto'. I racconti di Zardi sono
'forti e ironici' e sanno 'leggere la realtà nella sua drammaticità
e nella sua natura grottesca'. La bravura dell'autore si vedrebbe
anche nella plasticità della scrittura che permette al lettore
di realizzare l'identificazione anche con un personaggio privo di nome.
Inoltre, secondo Bonolis, la nostra è
forse 'un'epoca di eccessiva velocità fuori dallo spazio e dal
tempo' dominata da Internet. Abituati all'immediatezza dell'informazione, l'intervallo di tempo necessario per leggere un librofinisce per sembrarci troppo lungo.
Per Dell'Anna i testi di Zardi trattano
di 'un'umanità minuta'e pongono l'essere umano al
centro della narrazione, come tutta la grande letteratura, da quella classica alla più recente. È poi il ricorso al grottesco e a elementi anomali che caratterizza l'opera dell'autore.
Per Zardi essere uno scrittore significa
prima di tutto avere uno sguardo diverso che sappia rubare a piene
mani dalla realtà che lo circonda. Secondo l'autore, 'la letteratura
è una forma di conoscenza' che 'si occupa di cose di cui non si può
dare una misura'. Così come per tanti mostri sacri, i due temi principali della sua opera sarebbero 'l'amore e la morte'. Incuriosito da questa presentazione? Puoi acquistare i libri di Paolo Zardi qui.