venerdì 20 marzo 2015

Interview with Laura Fortin

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Hi Laura,

I'm very pleased that you agreed to be interviewed.
Firstly, I would like to ask you how your passion for writing arose. At what age did you start writing with a certain awareness of what you were doing? What and why did you write?

I started writing when I was 14. I attended several competitions and won some. At the time I wrote to express my feelings, but I had no awareness of the power of the word. I went on writing for years, but I believe I developed such an awareness in 2012 when I opened my definitive blog.

Aside from natural improvement, have you noticed a development in your style and aims over the years? Has there ever been an occasion when you read something you had written and said to yourself: “This is it, I did it. Now I only have to keep writing like this”?

Over time my style has changed a lot. Slowly I refused classical poetry and began to focus on mental images. When I am able to capture one of these images, I think I’ve got the result.

Whilst a lot of poems deal with the portrait of a single moment, short stories tend to depict a particular event. It seems to me that your writings are halfway between the two genres as they represent a series of moments connected by unpredictable and startling associations. How would you define your writings? (https://laurafortin.wordpress.com/) Prose poems? Poetic short stories?

Mental polaroid pictures, definitely.

Would you like to tell us more about your writing process? How does it usually happen?

It’s not something habitual. I am used to surround myself with beauty as I am an artist in the way I live. I study art, I watch art movies, I listen to quality music. All of these inputs are necessary to translate simple feelings into images. Through my poetry I try to use art to represent a human state of mind.

How often do you write and how long does it take you to polish a writing? When do you know that it's “finished” and ready to be published?

It’s immediate. I start, I write, and it’s done. No refining.

Lastly, I would like to ask you to share one of your writings with us.
 
I HAPPEN

These are separate lanes, flavorless liquids, brittle cold. Screw together to survive, marry an anticipation and have children, crippled. This is a clean space, it has no hair, no odor. It's an aimless memory, without pride, a whole. My heart throbs like the accent of a language that doesn't own me. Quit saying to grow mark, washing away to become presence. Hunger is in my bed, young whore, she doesn't know she's departing. I oversee empty rooms, no rest. I happen.

***
Interested in knowing more about Laura Fortin?
Check out her official website:
https://www.laurafortin.it/

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mercoledì 21 gennaio 2015

Intervista a Red Tweny

For my translation of the interview into English: http://leisurespotblog.blogspot.it/2015/09/interview-with-red-tweny.html

Ciao Red Tweny,

Grazie per avermi concesso quest'intervista! La prima domanda che mi viene spontaneo farti è: perché Red Tweny? Ha un significato particolare?

Ciao Maurizio e grazie a te per il tuo interessamento. Allora…perché Red Tweny? Allora, “Red” perché un nome – ammesso che sia un nome - più corto non c’è, perché mi ricorda il nome di Rhett (il simpatico protagonista maschile di Via col Vento, leggi Clark Gable) e perché il colore rosso è grandemente in contrasto con i miei soggetti in bianco e nero. Tweny invece nasce dalla contrazione di twenty, liberamente ispirato dalla traduzione inglese di twentytwo (22), un numero che ricorre spesso nella mia vita, in occasioni fortunate e sfortunate.

Da dove nasce la tua passione per il disegno? Credi che qualche evento in particolare ti abbia spinto in questa direzione?

Non ricordo eventi particolari che mi hanno spinto a disegnare…mi viene naturale da quando disegnavo sui banchi di scuola. Disegnavo con le Bic su di loro ed i segni che oggi riproduco su grandi formati sono più o meno gli stessi che disegnavo in piccolo sui supporti di formica verde dei banchi; poi la signora delle pulizie nel pomeriggio puliva tutto ed io trovavo il giorno dopo un nuovo “foglio” da disegnare. Le ispirazioni da ragazzino non mancavano: ero un po' più piccolo degli altri miei compagni sia fisicamente che emotivamente e mi sentivo sempre un po' emarginato. Le tante e premature delusioni d'amore insieme ad un'educazione familiare bacchettona e soffocante fecero il resto: mostri e contorcimenti a go-go! Se da adolescente amichetti e famiglia urtavano violentemente la mia sensibilità, oggi mi faccio interprete delle sofferenze e delle aspirazioni - spesso negate - all'animo umano. Non posso non vedere come dentro di me e intorno a me la sofferenza ed il disagio avvolgano tutti noi, nessuno escluso. Questo aumento del malessere dell'attuale condizione umana mi è troppo evidente ed è in stridente contrasto con la quantità di oggetti e cose che tutti noi possiamo disporre rispetto solo a cinquant'anni fa. Non so dare spiegazioni né ovviamente cure: me ne faccio solo interprete disegnandolo.


Com'è cambiata la tua arte nel corso del tempo? Ti ispiravi a qualcuno in particolare agli inizi? È stato difficile approdare a uno stile unico e personale o in qualche modo si è trattato di un processo automatico, spontaneo?

Diciamo che non sono stato molto costante nel tempo. Ho iniziato a disegnare seriamente (cioè con l’intento di fare mostre e vendere i miei lavori) tra i 19 ed i 25 anni e poi ho iniziato di nuovo – spinto da un mio amico editore – circa 10 anni fa, all’alba dei miei 40 anni. Il mio soggetto preferito erano e rimangono i volti dove riesco - o almeno mi sembra - di poter concentrare tutta l’essenza dei miei umori e sensazioni. È lì l’essenza dei miei lavori e non sentirei l’esigenza di andare oltre. Capisco che però si rischia di essere monotoni ed ho iniziato tre-quattro anni fa ad intercalare ai volti anche situazioni un po’ più complesse dove corpi e strani esseri antropomorfi si muovono, si sdraiano, si siedono o provano a slanciarsi rimanendo però sempre contorti o piegati in parte su se stessi. Non è facile perché il foglio mi sembra sempre troppo piccolo per questi soggetti, ma devo cimentarmi ogni tanto con queste situazioni.

Per quanto riguarda la scelta del mio stile non è stata una scelta meditata ma si è trattato di un processo naturale. Poi nel tempo mi sono reso conto di essere abbastanza un unicum nel quasi infinito contesto artistico che il web ci propina e l’ho consolidato. Poi mi sono accorto che disegnare con la china ha anche molti aspetti pratici e positivi: è economico, non sporca e se devi spedire un tuo pezzo lo puoi intubare e con 25 Euro lo puoi spedire con DHL fino negli USA, impossibile con un opera ad olio.

Di norma, quanto tempo impieghi per realizzare un disegno?

La produzione di un mio lavoro prevede due momenti ben distinti: la progettazione del pezzo attraverso un bozzetto a matita su un piccolo formato A4 e la sua realizzazione con la penna a china su grande formato (50x70 cm).

Per il bozzetto i tempi sono variabili: posso passare una settimana a scarabocchiare senza produrre nulla di significativo come posso realizzarne quattro o cinque in un’ora. È questione di sintonia ed ispirazione, di silenzi e luci, di casualità e sensazioni vissute nel recente. Certo è che nel tempo ho prodotto tanti bozzetti che tengo da parte, quindi ho in “cascina” molti disegni da realizzare sul grande formato, rigorosamente 50x70 cm. Una volta selezionato il bozzetto di base procedo alla sua stesura e realizzazione con la china (uso quasi sempre una punta da 0,3 mm). Qui i tempi sono più precisi: circa due ore al giorno per 7 giorni, non si scampa. In questo sono abbastanza preciso nel produrre almeno un pezzo la settimana: lo devo e lo voglio, anche perché penso che la costanza paghi.


So che apprezzi molto Francis Bacon. Cosa ti affascina in particolare della sua opera? Ci sono delle personalità letterarie che indirettamente hanno influenzato il tuo lavoro nella costruzione di una determinata atmosfera? Oppure, se hai l'abitudine di ascoltare la musica mentre sei all'opera, ci sono dei brani o dei generi musicali che ti fanno lavorare meglio?

Di Bacon ammiro la perfetta rappresentazione del moderno malessere della condizione umana. È sconcertante e splendido l’uso e il drammatico accostamento di colori assolutamente brillanti e “frivoli” con il nero delle improvvise ed improbabili ombre. È lampante la rappresentazione della solitudine umana raffigurata durante momenti del viver comune in ambienti che mai penseresti di utilizzare per un opera d’arte. I suoi volti lacerati e decomposti comunicano innumerevoli concetti: la nostra caducità, la nostra sofferenza, il mostro che è in tutti noi. Ma sono stati scritti innumerevoli saggi su Bacon, ed è sciocco che io mi metta a fare la critica. Personalmente è l’unico artista che mi dà, ogni volta che appena lo vedo, uno stimolo a disegnare qualcosa di nuovo. Ma devo limitarmi solo a sbirciarlo per qualche secondo per non rischiare di rimanerne influenzato…sarebbe un guaio!!

Mentre disegno la sera non ascolto musica ma mi sintonizzo dalle 21:00 in poi su Focus (canale 56) nella speranza di ascoltare qualche trasmissione sul cosmo e sulla fisica: niente di meglio per spaziare un pò e ricordarmi quanto siamo piccoli e di passaggio. La musica mi assorbirebbe troppo, e non riuscirei a concentrarmi abbastanza sul disegno….non so perché ma invece le trasmissioni di Focus sono per me l’ideale per disegnare ma nello stesso tempo pensare e riflettere su elementi che poi in qualche modo si riflettono sui miei disegni: notato quante spirali e orbite ci sono dentro di loro?

Per la lettura confesso che mi sono fermato, in tenera età, alle letture di Edgar Allan Poe; poi la vita, il lavoro, la famiglia e tutto il resto degli impegni mi hanno impedito di coltivare questa attività: non ho materialmente tempo per dedicarmi alla lettura di un buon libro; non si può fare tutto nella vita !

Nei tuoi disegni il bianco, il nero e tutti i toni del grigio vengono usati per dare profondità a figure stralunate e distorte in torsioni impossibili, ma sempre precise e impeccabili nella loro plasticità. Vorrei però chiederti: ti piace anche sperimentare con il colore? Ti risulta più difficile ottenere gli stessi effetti?


Chi disegna o pittura non può dimenticarsi del colore, per carità, lo so. Ma nel mio caso e con la mia tecnica vorrebbe dire rallentare enormemente la produzione, ed io sono avido di creare il soggetto “perfetto” che non sono ancora riuscito a produrre. Ho già prodotto soggetti a colori con la china (che purtroppo non ho più e non ho neanche fotografato) ma il tempo per la loro realizzazione decuplica ed io non ho più “tempo da perdere”! Ho tra le altre cose l’obiettivo di arrivare ad avere almeno 400/500 pezzi nella mia galleria e dato che non amo fare pezzi che si rassomigliano o che introducono solo qualche variazione, capisci che non posso impegnare 2 o 3 settimane per introdurre “solo” del colore ai miei pezzi (utilizzerei sempre penne a china, non tecniche di gouache o acquerello). In fondo poi i miei pezzi sono immediatamente riconoscibili anche per questa caratteristica cromatica, nonostante non mi sembra di essere l’unico che si cimenti con il B&W! Conoscendomi so che poi tenderei a riempire tutti gli spazi con il colore distraendo l’occhio dello spettatore dal messaggio centrale. In ogni caso non escludo a priori il colore, ma non è ancora il momento.

Quanta realtà penetra nei tuoi disegni e quanta pura fantasia?

Quando riesco a trovare il momento e la situazione ideale per buttare giù un bozzetto la parte razionale si spegne e vado quasi in trance, quindi mi è difficile stabilire razionalmente quanto e cosa penetra nei miei soggetti. Diciamo 50 e 50?

Non amo l’astratto, il surrealismo o l’iperrealismo fine a se stessi. Mi piace solo qualcosa di questi stili e cerco sommariamente di coniugarli. Anche in questo Bacon era – ovviamente – un maestro.

Sono d'accordo con te quando dici che il tuo stile è estremamente personale e riconoscibile. In questo senso, credi che l'originalità paghi sempre o a volte ti capita di pensare che forse sarebbe più facile accodarsi a una determinata moda, seguire vie già consolidate, fare parte di un gruppo che si dà determinate linee guida?

È semplice la risposta: fortunatamente non vivo con la vendita dei miei lavori, quindi posso permettermi di percorrere la mia strada senza scendere a compromessi. In ogni caso non sarebbe una soluzione con garanzia di successo quella di accodarsi ad una determinata moda…. e poi nel caos di oggi chi potrebbe stabilire quale è la “moda” attuale? Non conosco e non frequento il mondo dell’arte, ma ho l’impressione che non ci siano più mode o correnti precise come nel mondo della moda per l’abbigliamento: ognuno si veste come gli pare e con i colori che gli pare. Ora l’importante è farsi interpreti del tempo che si vive e riuscire a toccare le corde dell’osservatore. Ecco, in questo credo e voglio essere molto alla moda, cercando di rappresentare il crudo, spaventoso e ormai incontrollabile attuale caos sociale ed etico che ci atterrisce e ci fa contorcere dall’ansia e dalla paura a partire dagli Stati Uniti fino ad arrivare in Cina.

Dov'è possibile acquistare le tue opere?

Ho una curatrice americana che opera in Svizzera e promuove in quella zona i miei lavori, si chiama Julie Draper (www.drapercontemporary.com). Per gli amici italiani invece posso fare da me (redtweny@gmail.com)!



 Grazie ancora per il tuo tempo!

Grazie a te Maurizio, onorato.
Altri link su Red Tweny:

 

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sabato 29 novembre 2014

Intervista a Pietro Roversi


Ciao Pietro,
grazie per aver accettato l'intervista. Che ne dici di iniziare parlandoci un po' di te e del tuo lavoro?
Grazie a te dell'opportunità! Un ascolto non va mai dato per scontato e cercherò di meritare l’attenzione accordatami. 
Faccio ricerca medica, più precisamente faccio il biologo strutturale, e anzi, a voler dare più dettaglio ancora, faccio il cristallografo di proteine. Se quindi qualcuno ha una proteina di cui vorrebbe conoscere la forma 3D può venire da me, si faccia sotto e io provo a risolvergliela. E speriamo che non mi ci vogliano 8 anni, come mi successe nel 2003-2010 con la struttura del Fattore I del complemento umano! 
In breve, parto dal gene che codifica per la proteina, lo metto dentro delle cellule che leggendo il gene producono la proteina, la isolo e ci faccio un cristallo. Questo cristallo funziona un po’ come una lente di ingrandimento dato che le proteine anche se sono molecule grandi rimangono pur sempre impossibii da osservare al microscopio ottico (hanno dimensioni attorno al milionesimo di millimetro). Per “vedere” la proteina, mando i raggi X sul cristallo e con le immagini che registro su un rivelatore , ricostruisco la struttura del cristallo e quindi della proteina. Vedendo questo modello in 3D si capiscono molte cose circa la funzione della proteina e per esempio si possono inventare molecule che ne alterino il funzionamento, e magari diventare medicine.


Quando hai cominciato a scrivere poesie? Quali erano i tuoi autori preferiti allora? Come è cambiato nel tempo il tuo approccio alla poesia?

Ho iniziato a scrivere poesie al liceo (alcune in latino, per via del Certamen Catullianum, un concorso di scrittura in latino che si tiene ogni anno a Lazise). Da piccolo amavo Gianni Rodari, le sue filastrocche, i suoi temi bonariamente sovversivi e le sue rime forzate e bislacche. Mia madre citava a memoria da poeti studiati da lei a scuola, alcuni dei quali oggi farebbero rabbrividire molti: Ada Negri, Marino Moretti, Diego Valeri e poi naturalmente Pascoli e Leopardi. Crescendo, leggevo tutto quello che mi capitava tra le mani (ho sempre divorato le antologie scolastiche). Una predilezione per certa poesia che non si prende troppo sul serio mi rimaneva: Cardarelli, Gozzano, Palazzeschi, etc. Ho letto Dante come tutti a scuola, un po’ con l’imbuto e un po’ col cucchiaino. Mi piacevano soprattutto Ariosto (mi ricordo ancora di quando comprai I due volume dell’Orlando Furioso e lo lessi un’estate e mi fece una grande impressione, per la levità, la fantasia, l’invenzione) e Montale, di cui ebbi in regalo il Meridiano Mondadori, e rimane per me una lezione di pulizia e di rilevanza somma. 
Vorrei avere la cultura di Antonio Bux al riguardo, e cerco di colmare le mie lacune, ma di contemporaneo conosco bene e amo soprattutto Cristina Annino e Giuseppe Caracausi. Alcuni testi di Antonio Bux e Giampaolo de Pietro hanno anche quelli una grande forza per me e li rileggo volentieri. Ritorno sempre anche sui miei poeti inglesi americani preferiti (Emily Dickinson, Wallace Stevens, Marianne Moore). Col tempo ho capito che la maggior parte della poesia non mi piace (per dirla con Cristina Annino: “L’intimo non mi va, e il lirico / mi spaventa.”) ma il poco che amo vale tutto il tempo passato a leggere cose meno buone nel tentativo di trovarlo. La poesia per me insomma è il proverbiale letame con la gemma dentro.


Quante lingue conosci? Cosa ti piace di ognuna di queste lingue? In quale modo la lingua influenza la tua poesia?

La poesia buona per me deve essere contemporanea, nel senso di aderire al parlato corrente (con buona pace di avanguardie e classicisti); e l’impatto con le lingue straniere è una sorgente importante dei cambiamenti di una lingua. 
Dopo 20 anni passati all’estero, rispondendo a questa domanda sulle lingue straniere, spendo però innanzitutto qualche parola sulla nostra. L’Italiano ha dentro una storia che comprendo bene, da quella dei miei genitori e dei miei nonni, giù giù nei secoli fino alle sorgenti del latino: per questo è importante per me. Non sopporto però quello che io chiamo l’italiano da tema scolastico, con tutte quelle subordinate che offuscano; la scrittura giornalistica italiana sciatta che mescola pochi fatti e molte opinioni; il burocratichese; e soprattutto il sermone e il discorso cattolico, un vero veleno distillato di anti-senso e sussiego, un uso atroce della lingua, che in un colpo solo non comunica nulla di sensato e non lascia spazio a nient’altro di vero. Poco dell’Italiano che sento parlare in TV vale. Alcuni di questi orrori esistono anche in traduzione ma gli aspetti deteriori delle lingue straniere non ci frustrano mai quanto quelli della nostra. 
Leggo, ascolto, parlo e amo più di tutto l’inglese, per il suo lessico sterminato (circa sei volte più ampio dell’italiano) che consente un’accuratezza estrema, quando la si voglia; e per l’assenza quasi assoluta del genere, il che permette di essere assai ambigui, quando lo si voglia. Esempio: “My friend is visiting from Italy. They arrived last night and they’ll stay until Monday.” dove l’assenza di maschile/femminile e l’uso estremo del pronome plurale per riferirsi a un nome singolare, lasciano in ombra il sesso di questo amico/a in visita. L’inglese insomma è una lingua in cui chi parla può dire quello che vuole come vuole, senza cozzare contro troppa restrizione grammaticale o sintattica. L’inglese è una lingua in cui chi parla ha potere quasi assoluto su quel che dice. Del francese, che leggo senza grossi problemi ma parlo assai male, amo i suoni, così sofisticati e irriproducibili per me. Lo spagnolo infine lo amo in maniera viscerale, perché ha la familiarità dell’Italiano, eppure mi sorprende costantemente. Un po’ come l’emozione enorme che ci darebbe la scoperta di una vita che non è stata la nostra ma poteva chiaramente esserlo. Lo trovo anche di un’eleganza commovente, ancora una volta per via che mi ricorda un Italiano altro, forse ottocentesco, magari futuro.

Ci racconti un po' delle tue esperienze di pubblicazione cartacea e su Internet? Dove pubblichi le tue poesie? Sei in contatto con delle realtà virtuali stimolanti? 
 
Mauro Ferrari mi propose di pubblicare il primo libro, uscito con lui a Puntoacapo nel 2010. Fu un’occasione di cui gli sono grato e che non mi lasciai sfuggire, ma da allora ho deciso che non voglio più contribuire alle spese del libro pur di pubblicare. Piuttosto mi tengo il manoscritto per me: in venticinque anni di scrittura, contro i due libri pubblicati, ne ho cinque completi ancora nel cassetto. Voglio un editore che prenda il rischio e investa in un libro, anche perché è una garanzia che si darà da fare per
promuoverne la diffusione. In tal senso, quest’anno ho avuto la splendida fortuna di incappare in Piera Mattei a Gattomerlino Superstripes, che non mi ha chiesto un centesimo e ha prodotto un librino di veste grafica impeccabile colle mie poesie del 2012-2013. Quanto a Internet, metto i miei testi su Facebook per i miei amici, e mettevo tutto quello che scrivevo (salvo poi cancellare I testi che uscivano in libro) su http://www.scrivere.it, ma hanno iniziato a censurarmi pesantemente, ed è un peccato.


Nei tuoi componimenti, la lingua è scientifica, precisa, si vuole oggettiva mentre sviscera l'umano e la sua fallibilità. La direzione del discorso è data dal gioco di parole arguto basato sulle combinazioni lessicali, sulle assonanze, sulle vicinanze semantiche (inevitabile l'accostamento al wit dei poeti metafisici inglesi.) Spesso questa svolta semantico-argomentativa è realizzata nell'enjambement.
Un altro aspetto che mi preme è la corporeità, la descrizione puntigliosa dei gesti, in breve, l'immagine concreta che realizza l'immaterialità poetica (una contraddizione in termini!) Di solito come nascono le tue poesie e quanto ti richiede il lavoro di limatura?

Hai ragione a dire che i miei testi sono corporei, è perché sono uno scienziato, e il linguaggio che si rivolge a sé stesso per me è una soglia che non porta da nessuna parte. La mia poesia vuole il mondo dentro. Il tuo commento mi ricorda anche quello che ne ha scritto Nicola Gardini : nella sua nota critica alla mia poesia apparsa nell’Antologia “Poesia in Piemonte e Valle d'Aosta“ (Puntoacapo, 2012), lui dice che c’è molta statica nei miei testi e che però sono ginnici. E anche John Donne è un paragone che mi emoziona, non perché ne sia degno ma perché amo la poesia come la sua, con dentro idee, discorso. Quanto al gioco di parole, e ai trucchi che tu menzioni, sono in parte il frutto della constatazione tragicomica che arrivato alla mezza età, mi pare potrei far fronte alla maggior parte dei dilemmi della vita facendo ricorso a proverbi o luoghi comuni. Ma gli stessi aspetti del mio linguaggio assolvono anche funzione manipolativa, perché in poesia si ha una chance che non molte altre forme di comunicazione offrono (a parte il romanzo giallo e l’enigmistica), quella di attirare il lettore in una trappola lavorando sulle associazioni di idee inevitabili, sul pensiero debole perché trito, su quel che l’orecchio si aspetta mentre il cervello dorme. E io provo a scrivere testi che tirano il tappeto da sotto le scarpe al lettore. Perché quando si tratta di pensiero, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Paradossalmente spero che il mio uso del banale il consueto lo stranoto possa svuotarli del valore che vien loro attribuito dal lettore senza che ne sia consapevole. Insomma mi piace creare inciampi per emancipare. Me stesso prima di tutto!

Un testo mio nasce in genere da qualcosa che sento dire da altri, oppure da una frase che mi arriva in testa di notte. In genere un testo è pronto in meno di un’ora. Poi il giorno dopo lo rileggo e lo taglio e lo riduco all’essenziale. Rari oggigiorno i testi che hanno richiesto lavoro più lungo (un tempo sì).


Vorrei concludere l'intervista chiedendoti di condividere con me e i lettori del blog due poesie in italiano che credi siano particolarmente rappresentative del tuo stile.

Ai potenti, al destino
Chi può
vieta a
chi non. Questi ultimi
saranno i primi
Zeta. A differenza
di ciò,
chi non sa
chiede a
chi. I quali senza
dubbio rispondono.


Io seguo
un metodo scorretto,
moltiplico pani per pesci, lancio monete roventi
dal tetto al marciapiede. Ribéllati
anche tu se ci riesci,
dico al mondo bambino. Elévati
a qualche potenza, pianta
un casino.


1315 C
Quando ho visto il calendario
dei pompieri,
ho pensato ad uno
degli imbianchini. Patinato,
antartico, i pinguini,
venderebbe coi fabbri
e gli infermieri,
unici veri esperti del calor
e.

Ringraziandoti ancora per il tuo tempo, ti saluto lasciando ai lettori qualche link che ti riguarda:



 

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mercoledì 8 ottobre 2014

Interview with Batsceba Hardy

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Hi Batsceba,

First of all, thank you for agreeing to this interview.

My first question is about your artist name. Why did you choose Batsceba Hardy as your official name? Is it just the homage of a passionate reader to Far From the Madding Crowd and its author or do you sort of identify with Hardy's character?

Damn, I never answered this question! However, I try to please you, so i tell you something: of course, the reference to Far from the madding crowd is glaring. For the rest I keep my secret, I can only add that Batsceba Hardy is a very singular name, unique in the world. I should copyright it ;)

You define yourself an “artist of the Irreality” who “lives and will only live in the net”, currently residing in Berlin, although “she could be anywhere”. You also write “I'm a photographer of the wait. I don't look for shots. I find them in the pauses.”

I'm utterly fascinated by your work. It seems to me that your method essentially relies on hiding, revealing and revealing through hiding. Very often, when looking at your photos, we are well aware of the presence of the artist even if she doesn't appear in the picture. That is, the hidden artist is revealed through her unique vision while revealing to us what she is seeing. Sometimes what we are shown of the artist is her vague reflection in a glass surface, implying her wish not to be seen and to be seen at the same time. This is all extremely intriguing. How would you explain these two opposite tendencies?

Thank You! You have carefully analyzed my work, I can only add this:

"it is joy to be hidden and disaster not to be found" (D.W. Winnicott)

Anyway, "artist" of the Irreality, means: to be able to stand outside, beyond. Living perpetually in the interspaces, those that can be caught by the lens or by the words. having no borders, obligations. In many of my writings I speak of invisibility, transparency. And also in my photographic works I speak of empty and full. Of absence. Clearer?

I love that quality of meaningful immediacy pervading your shots of people in bars, in the metro or just strolling the city. No sequence of words could narrate reality better than such lively portraits. When did you start taking this kind of pictures? Were you influenced by other photographers?


I started taking street photos in Berlin, trying to be in the mood with the city and its inhabitants. What interested me was the sadness and -at the same time- the feeling of freedom, of diversity, that you can experience in Berlin. As always I'm driven by the desire to retell reality, and so I do it taking photographs...

Uhm... Many. Man Ray, Ansel Adams, Urs Lüthi, Cecil Beaton, Vivian Maier, Robert Doisneau, Diane Arbus, Weegee, René Groebli, André Kertész, Helen Levitt, Elliott Erwitt, Alfred Eisenstaedt, Henri Cartier-Bresson, Richard Avedon, Yuri Bonder...
The world is full of good eyes.

Do you already have an idea of the final result when beginning to work on a collage or you just start experimenting? What software products do you utilize?

When I start a project, I always have an idea of what I want to achieve. Every shot is aimed at my current project. Randomness interests me, but is something that is in a corner, maybe the flame that kindles the idea. 

In any case, I never stop to experiment!
I call my “montage”: "combi-photography". It's a superimposition of photograms (two or more), as in analog photography. Fusion of forms and colours - reality and individuality - through a synesthetic perspective (Photoshop)

In some of my work I worked with the program Comic Life, creating empty paper page on which to paste and assemble the photograms previously
extrapolated, exactly as they used to do in the analogue studio.
A real use of the virtual.

What camera do you use?

Niki Ray (Nikon D7000)

Blue (Olimpus u9000,S9000)

Daniel (Nokia C5)

and others.... CASIO EX-Z110 - Olympus OM1 ....(analogic)


I am not a “traditional” photographer, I believe that the means are not so important, after all ... and I don't have so much money to buy what I'd like.

So I dream of a dark room, a study, one Hasselblad, three Laica, a series of Polaroid, and more.

Tell us a bit about your books (available here)
Do you think they share some themes? How would you define your writing style?

I don't stick to genres, I like to tell stories in different ways, but I believe there is always a certain irrationality in my writings. I defined my way of writing imaginary realism.

What do you think is typical of Berlin or of people from Berlin? Is there something you're especially fond of about Berlin?
I can no longer talk of Berlin. Everybody talks about this city... I think it's a wounded city, its sidewalks carry the memories of these wounds: the signs of the wall and the burnished labels with the names of the deportees of Nazism.

I guess it's like me: tristallegra (sad&happy)

In this city you can find everything, from the man with the Green parrot on his shoulder, to the guys walking around with sheep, from the girl with the pink pig on a leash to the elegant gentleman who goes on an electric skate. And then there is the sky, always in motion, without borders. The sky above Berlin.

Thanks again for your time, Batsceba!



Other links on Batsceba Hardy:

Official website

Deviantart

Her blog on Altervista

Her profile on PhotoVogue

 

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mercoledì 1 ottobre 2014

LIBRI A MOLLO: Presentazione di "La ferocia" di Nicola Lagioia


Martedì 30 settembre 2014Ultimo appuntamento di Libri a Mollo con la presentazione del nuovo libro di Nicola Lagioia, “La ferocia”, edito da Einaudi.


Carmelo Calì, ideatore e promotore della rassegna, si dice orgoglioso di chiudere con Lagioia questo ciclo di incontri.
Secondo Giordano Meacci, moderatore dell'evento, Lagioia “cambia scientemente voce” e sceglie di adottare con questo libro la terza persona per “raccontare la parte nera” dell'Uomo con la narrazione di una vicenda familiare.
Con rigore filologico Meacci ci parla di un'accezione meno conosciuta del sostantivo “feroce” che starebbe per “spavaldo, arrogante, fiero”, come lo si ritrova in Boccaccio. Questa quindi la “ferocia” che contraddistingue la Clara Salvemini del libro, nelle parole di Meacci, una “Mickey Sabbath filtrata da David Lynch”.
Inoltre, il termine ricorrerebbe in momenti importanti del libro, in cui rispettivamente si parlerebbe di “ferocia degli occhi”, “ferocia del popolo del sud” e del personaggio di Annamaria che sente già feroce la bambina nel suo ventre.
Degne di nota sarebbero anche “le parentetiche” di un testo che nell'affrontare l'enormità del Male si conferma un'opera d'arte vera.


Lagioia ci rivela di aver lavorato al libro per quattro anni e mezzo, un lasso di tempo in cui effettivamente la realtà è cambiata, “l'aria intorno a noi si è incattivita” e “la crisi è arrivata nel tinello domestico”: “la ferocia” sarebbe allora “il clima emotivo che circonda il romanzo”, secondo l'autore “uno stato di natura da cui crediamo di esserci emancipati e che ci viene a riprendere nei momenti di difficoltà”.
Con “La ferocia” l'autore fa anche i conti con la sua terra d'origine, la Puglia, che percepisce lontana e vicina al contempo ogni volta che vi fa ritorno. In questo senso, il romanzo sarebbe anche espressione di “una ferita con cui bisogna imparare a dialogare”.

Incuriosito da questa presentazione? Puoi acquistare il libro qui.

sabato 27 settembre 2014

LIBRI A MOLLO: Presentazione di "Antropometria" e "Il giorno che diventammo umani" di Paolo Zardi

Venerdì 26 settembre 2014 – Sono due i libri di Paolo Zardi - “Antropometria” e “Il giorno che diventammo umani” - presentati all'ultimo incontro di Libri a mollo al Chioschetto di Ponte Milvio.
Graziano dell'Anna, moderatore dell'evento, ha parlato della grande risonanza che ha avuto sui social network una foto di Paolo Bonolis che leggeva “Il giorno che diventammo umani” e si è augurato di vedere sempre più vip che leggono nella speranza che segnali di questo tipo risollevino l'editoria da questo momento di grande crisi per l'editoria.
Paolo Bonolis, ospite d'eccezione, ha spiegato che il suo interesse per questi libri nasce dalla capacità di Zardi di 'cogliere frammenti in superficie dell'animo umano che cambiano a seconda della luce che impatta' su questi e di raccontare 'sensazioni in un breve tratto di racconto'. I racconti di Zardi sono 'forti e ironici' e sanno 'leggere la realtà nella sua drammaticità e nella sua natura grottesca'. La bravura dell'autore si vedrebbe anche nella plasticità della scrittura che permette al lettore di realizzare l'identificazione anche con un personaggio privo di nome.
Inoltre, secondo Bonolis, la nostra è forse 'un'epoca di eccessiva velocità fuori dallo spazio e dal tempo' dominata da Internet. Abituati all'immediatezza dell'informazione, l'intervallo di tempo necessario per leggere un libro finisce per sembrarci troppo lungo.
Per Dell'Anna i testi di Zardi trattano di 'un'umanità minuta' e pongono l'essere umano al centro della narrazione, come tutta la grande letteratura, da quella classica alla più recente. È poi il ricorso al grottesco e a elementi anomali che caratterizza l'opera dell'autore.
Per Zardi essere uno scrittore significa prima di tutto avere uno sguardo diverso che sappia rubare a piene mani dalla realtà che lo circonda. Secondo l'autore, 'la letteratura è una forma di conoscenza' che 'si occupa di cose di cui non si può dare una misura'. Così come per tanti mostri sacri, i due temi principali della sua opera sarebbero 'l'amore e la morte'.

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