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sabato 29 novembre 2014

Intervista a Pietro Roversi


Ciao Pietro,
grazie per aver accettato l'intervista. Che ne dici di iniziare parlandoci un po' di te e del tuo lavoro?
Grazie a te dell'opportunità! Un ascolto non va mai dato per scontato e cercherò di meritare l’attenzione accordatami. 
Faccio ricerca medica, più precisamente faccio il biologo strutturale, e anzi, a voler dare più dettaglio ancora, faccio il cristallografo di proteine. Se quindi qualcuno ha una proteina di cui vorrebbe conoscere la forma 3D può venire da me, si faccia sotto e io provo a risolvergliela. E speriamo che non mi ci vogliano 8 anni, come mi successe nel 2003-2010 con la struttura del Fattore I del complemento umano! 
In breve, parto dal gene che codifica per la proteina, lo metto dentro delle cellule che leggendo il gene producono la proteina, la isolo e ci faccio un cristallo. Questo cristallo funziona un po’ come una lente di ingrandimento dato che le proteine anche se sono molecule grandi rimangono pur sempre impossibii da osservare al microscopio ottico (hanno dimensioni attorno al milionesimo di millimetro). Per “vedere” la proteina, mando i raggi X sul cristallo e con le immagini che registro su un rivelatore , ricostruisco la struttura del cristallo e quindi della proteina. Vedendo questo modello in 3D si capiscono molte cose circa la funzione della proteina e per esempio si possono inventare molecule che ne alterino il funzionamento, e magari diventare medicine.


Quando hai cominciato a scrivere poesie? Quali erano i tuoi autori preferiti allora? Come è cambiato nel tempo il tuo approccio alla poesia?

Ho iniziato a scrivere poesie al liceo (alcune in latino, per via del Certamen Catullianum, un concorso di scrittura in latino che si tiene ogni anno a Lazise). Da piccolo amavo Gianni Rodari, le sue filastrocche, i suoi temi bonariamente sovversivi e le sue rime forzate e bislacche. Mia madre citava a memoria da poeti studiati da lei a scuola, alcuni dei quali oggi farebbero rabbrividire molti: Ada Negri, Marino Moretti, Diego Valeri e poi naturalmente Pascoli e Leopardi. Crescendo, leggevo tutto quello che mi capitava tra le mani (ho sempre divorato le antologie scolastiche). Una predilezione per certa poesia che non si prende troppo sul serio mi rimaneva: Cardarelli, Gozzano, Palazzeschi, etc. Ho letto Dante come tutti a scuola, un po’ con l’imbuto e un po’ col cucchiaino. Mi piacevano soprattutto Ariosto (mi ricordo ancora di quando comprai I due volume dell’Orlando Furioso e lo lessi un’estate e mi fece una grande impressione, per la levità, la fantasia, l’invenzione) e Montale, di cui ebbi in regalo il Meridiano Mondadori, e rimane per me una lezione di pulizia e di rilevanza somma. 
Vorrei avere la cultura di Antonio Bux al riguardo, e cerco di colmare le mie lacune, ma di contemporaneo conosco bene e amo soprattutto Cristina Annino e Giuseppe Caracausi. Alcuni testi di Antonio Bux e Giampaolo de Pietro hanno anche quelli una grande forza per me e li rileggo volentieri. Ritorno sempre anche sui miei poeti inglesi americani preferiti (Emily Dickinson, Wallace Stevens, Marianne Moore). Col tempo ho capito che la maggior parte della poesia non mi piace (per dirla con Cristina Annino: “L’intimo non mi va, e il lirico / mi spaventa.”) ma il poco che amo vale tutto il tempo passato a leggere cose meno buone nel tentativo di trovarlo. La poesia per me insomma è il proverbiale letame con la gemma dentro.


Quante lingue conosci? Cosa ti piace di ognuna di queste lingue? In quale modo la lingua influenza la tua poesia?

La poesia buona per me deve essere contemporanea, nel senso di aderire al parlato corrente (con buona pace di avanguardie e classicisti); e l’impatto con le lingue straniere è una sorgente importante dei cambiamenti di una lingua. 
Dopo 20 anni passati all’estero, rispondendo a questa domanda sulle lingue straniere, spendo però innanzitutto qualche parola sulla nostra. L’Italiano ha dentro una storia che comprendo bene, da quella dei miei genitori e dei miei nonni, giù giù nei secoli fino alle sorgenti del latino: per questo è importante per me. Non sopporto però quello che io chiamo l’italiano da tema scolastico, con tutte quelle subordinate che offuscano; la scrittura giornalistica italiana sciatta che mescola pochi fatti e molte opinioni; il burocratichese; e soprattutto il sermone e il discorso cattolico, un vero veleno distillato di anti-senso e sussiego, un uso atroce della lingua, che in un colpo solo non comunica nulla di sensato e non lascia spazio a nient’altro di vero. Poco dell’Italiano che sento parlare in TV vale. Alcuni di questi orrori esistono anche in traduzione ma gli aspetti deteriori delle lingue straniere non ci frustrano mai quanto quelli della nostra. 
Leggo, ascolto, parlo e amo più di tutto l’inglese, per il suo lessico sterminato (circa sei volte più ampio dell’italiano) che consente un’accuratezza estrema, quando la si voglia; e per l’assenza quasi assoluta del genere, il che permette di essere assai ambigui, quando lo si voglia. Esempio: “My friend is visiting from Italy. They arrived last night and they’ll stay until Monday.” dove l’assenza di maschile/femminile e l’uso estremo del pronome plurale per riferirsi a un nome singolare, lasciano in ombra il sesso di questo amico/a in visita. L’inglese insomma è una lingua in cui chi parla può dire quello che vuole come vuole, senza cozzare contro troppa restrizione grammaticale o sintattica. L’inglese è una lingua in cui chi parla ha potere quasi assoluto su quel che dice. Del francese, che leggo senza grossi problemi ma parlo assai male, amo i suoni, così sofisticati e irriproducibili per me. Lo spagnolo infine lo amo in maniera viscerale, perché ha la familiarità dell’Italiano, eppure mi sorprende costantemente. Un po’ come l’emozione enorme che ci darebbe la scoperta di una vita che non è stata la nostra ma poteva chiaramente esserlo. Lo trovo anche di un’eleganza commovente, ancora una volta per via che mi ricorda un Italiano altro, forse ottocentesco, magari futuro.

Ci racconti un po' delle tue esperienze di pubblicazione cartacea e su Internet? Dove pubblichi le tue poesie? Sei in contatto con delle realtà virtuali stimolanti? 
 
Mauro Ferrari mi propose di pubblicare il primo libro, uscito con lui a Puntoacapo nel 2010. Fu un’occasione di cui gli sono grato e che non mi lasciai sfuggire, ma da allora ho deciso che non voglio più contribuire alle spese del libro pur di pubblicare. Piuttosto mi tengo il manoscritto per me: in venticinque anni di scrittura, contro i due libri pubblicati, ne ho cinque completi ancora nel cassetto. Voglio un editore che prenda il rischio e investa in un libro, anche perché è una garanzia che si darà da fare per
promuoverne la diffusione. In tal senso, quest’anno ho avuto la splendida fortuna di incappare in Piera Mattei a Gattomerlino Superstripes, che non mi ha chiesto un centesimo e ha prodotto un librino di veste grafica impeccabile colle mie poesie del 2012-2013. Quanto a Internet, metto i miei testi su Facebook per i miei amici, e mettevo tutto quello che scrivevo (salvo poi cancellare I testi che uscivano in libro) su http://www.scrivere.it, ma hanno iniziato a censurarmi pesantemente, ed è un peccato.


Nei tuoi componimenti, la lingua è scientifica, precisa, si vuole oggettiva mentre sviscera l'umano e la sua fallibilità. La direzione del discorso è data dal gioco di parole arguto basato sulle combinazioni lessicali, sulle assonanze, sulle vicinanze semantiche (inevitabile l'accostamento al wit dei poeti metafisici inglesi.) Spesso questa svolta semantico-argomentativa è realizzata nell'enjambement.
Un altro aspetto che mi preme è la corporeità, la descrizione puntigliosa dei gesti, in breve, l'immagine concreta che realizza l'immaterialità poetica (una contraddizione in termini!) Di solito come nascono le tue poesie e quanto ti richiede il lavoro di limatura?

Hai ragione a dire che i miei testi sono corporei, è perché sono uno scienziato, e il linguaggio che si rivolge a sé stesso per me è una soglia che non porta da nessuna parte. La mia poesia vuole il mondo dentro. Il tuo commento mi ricorda anche quello che ne ha scritto Nicola Gardini : nella sua nota critica alla mia poesia apparsa nell’Antologia “Poesia in Piemonte e Valle d'Aosta“ (Puntoacapo, 2012), lui dice che c’è molta statica nei miei testi e che però sono ginnici. E anche John Donne è un paragone che mi emoziona, non perché ne sia degno ma perché amo la poesia come la sua, con dentro idee, discorso. Quanto al gioco di parole, e ai trucchi che tu menzioni, sono in parte il frutto della constatazione tragicomica che arrivato alla mezza età, mi pare potrei far fronte alla maggior parte dei dilemmi della vita facendo ricorso a proverbi o luoghi comuni. Ma gli stessi aspetti del mio linguaggio assolvono anche funzione manipolativa, perché in poesia si ha una chance che non molte altre forme di comunicazione offrono (a parte il romanzo giallo e l’enigmistica), quella di attirare il lettore in una trappola lavorando sulle associazioni di idee inevitabili, sul pensiero debole perché trito, su quel che l’orecchio si aspetta mentre il cervello dorme. E io provo a scrivere testi che tirano il tappeto da sotto le scarpe al lettore. Perché quando si tratta di pensiero, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Paradossalmente spero che il mio uso del banale il consueto lo stranoto possa svuotarli del valore che vien loro attribuito dal lettore senza che ne sia consapevole. Insomma mi piace creare inciampi per emancipare. Me stesso prima di tutto!

Un testo mio nasce in genere da qualcosa che sento dire da altri, oppure da una frase che mi arriva in testa di notte. In genere un testo è pronto in meno di un’ora. Poi il giorno dopo lo rileggo e lo taglio e lo riduco all’essenziale. Rari oggigiorno i testi che hanno richiesto lavoro più lungo (un tempo sì).


Vorrei concludere l'intervista chiedendoti di condividere con me e i lettori del blog due poesie in italiano che credi siano particolarmente rappresentative del tuo stile.

Ai potenti, al destino
Chi può
vieta a
chi non. Questi ultimi
saranno i primi
Zeta. A differenza
di ciò,
chi non sa
chiede a
chi. I quali senza
dubbio rispondono.


Io seguo
un metodo scorretto,
moltiplico pani per pesci, lancio monete roventi
dal tetto al marciapiede. Ribéllati
anche tu se ci riesci,
dico al mondo bambino. Elévati
a qualche potenza, pianta
un casino.


1315 C
Quando ho visto il calendario
dei pompieri,
ho pensato ad uno
degli imbianchini. Patinato,
antartico, i pinguini,
venderebbe coi fabbri
e gli infermieri,
unici veri esperti del calor
e.

Ringraziandoti ancora per il tuo tempo, ti saluto lasciando ai lettori qualche link che ti riguarda:



 

***

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venerdì 9 settembre 2011

Intervista ad Akim (Dario Ruggieri)


Ciao AKIM,
prima di tutto, grazie per la tua disponibilità.
Che ne dici di cominciare parlandoci in tutta libertà della tua ricerca artistica in campo musicale e poetico\letterario?




Grazie per questa opportunità, ho sempre coltivato un forte interesse per la musica classica e il jazz, fin da bambino intorno ai 9-10-anni non perdevo mai l’occasione di ascoltare radio 3 in modulazione di frequenza, e passavo le mie giornate invernali sempre con una radio a valvole accesa, ricordo anche il programma”per voi giovani” su radio rai 1 e alla sera era immancabile ascoltare le radio europee in onde corte, tutte le novità inglesi erano mie, ritornando a radio 3 il radioteatro, la lirica, il jazz, trasmissioni poco commentate anzi seraficamente venivano dati solo i titoli dei brani, e l’intrattenimento non esisteva, programmi di prosa, poesia, teatro, sono stati la mia prima formazione di fruitore di arte, tutti questi suoni, racconti, recitazioni, sono stati fondamentali per accompagnare i primi pennelli su una tela o chine su fogli, poi verso i 12 anni con i primi temi scolastici mi resi conto di essere portato alla scrittura di fantasia, infatti ogni tema era da me iniziato sulle tracce indicate ma dopo poche righe mi perdevo in divagazioni del tutto lisergiche e prolisse, passarono ancora 10 anni e con l’arrivo dei primi pc sentivo che i miei pensieri potevano essere racchiusi in una macchina futuribile, fantastica, una primitiva copia di un cervello, subito venne spontaneo fissare la mia visione delle cose su un pezzo di silicio, e trasportarne il contenuto su un disco e avere una memoria, un archivio, quasi eterno, da quel giorno non ho mai smesso di fissare in queste macchine le mie idee, come un virus, come una malattia contagiosa, per renderle umane fragili,
anche in contrapposizione alla paura iniziale, di un mondo governato dai computer.


Ispirazioni, influenze sia in musica che in poesia?


subito l’ondata tedesca del 1970 con la loro musica elettronica cosmica e le varie declinazioni anglosassoni dunque, Tangerine Dream, Popol Vho,Kaus Shulze,Van Deer Greaf Generato, karl heinz stockhausen ecc
gli inglesi Rolling Stones, Cream, Who, Led Zeppelin, Bowie, Robert Fripp, Brian Eno, Roxy Music, Pink Floyd ecc, e il più grande americano della storia Frank Zappa che ha rivoluzionato tutti i generi musicali esistenti sulla terra li ha mischiati e shakerati per portarci fino hai giorni nostri ricchi di un bagaglio musicale inestimabile, sicuramente i testi di questi artisti attraversati trasversalmente hanno segnato in me una presa di coscienza politica, musicale poetica e umana, aggiungo delle letture essenziali come catalizzatore della mia crescita le opere di Hesse, Poe, Archimede, Jung, e gli immancabili testi teatrali di Petrolini, Totò, e tanto altro che potrei riempire 1000 pagine di Blog ma mi fermo contento, grazie


Come sei arrivato alla poesia? Ti ci sei accostato in maniera spontanea o qualcosa\qualcuno ti ci ha guidato?


è stato un percorso obbligato per completare la mia visione artistica, nessuna guida solo la voglia di sperimentare per suggestionarmi.


Le tue poesie mi appaiono sempre come delle perfette costruzioni di cristallo, limpide, pulite, rifinite, che trasportano il lettore in apparenti altrimondi, deviazioni\distorsioni acide e lucenti del ‘mondo reale’ in cui il senso della verità è inalterato. Oltre le parole, oltre l’immagine fissa e delineata. Come descriveresti la tua poesia a chi non si non è mai addentrato nelle tue visioni reali?


il mio percorso è molto chiaro, far parlare le immagini che appaiono proiettate virtualmente dalla musica, come nella pittura, come in qualsiasi cosa io realizzi, nella poesia, meglio chiamarla racconto dell’anima, lascio che il mio trasporto sonoro si materializzi in parole, attingo da anni di ricerca cinematografica, teatrale, musicale e dalla lettura dei classici della beat-generation, poeti come Gregory Corso, Caproni, ecc, riassumendo sono dei viaggi nel mio io più remoto.


Hai mai pubblicato o pensato di pubblicare una raccolta con una casa editrice o anche in modo autonomo tramite servizi di print-on-demand?


no mai, ma faccio parte anche se non in modo attivo di una casa editrice e prima o poi vorrei trovare il modo di riassumere le mie cose in un volume, sicuramente con immagini musica, in modo multimediale, e portare tutto dal vivo come una rappresentazione teatrale, musicale, video.


Quando e come hai iniziato a comporre musica?


molto presto se considero i primi esperimenti fatti all’età di 10-11 anni con registratori a nastro e semplici strumenti elettronici che ho inventato, molto simili al vecchio moog.


Quali sono di solito le fasi di lavorazione di un pezzo?


sicuramente la fascinazione di un suono, come una sfumatura di colore, ne vedi le tonalità e le differenze, come intingere il pennello in più colori e poi scivolarli su un foglio, si stendono si separano si mischiano pur essendo un unico tratto insomma mi lascio incantare dalla magia della casualità, stendo un suono di base fraziono e aggiungo colore sottraggo sfondo,bilancio pieno e vuoto, creo delle onde di colore sonoro più o meno intensamente, riascolto, tengo o butto, deve essere il giusto per me.


Molti dei tuoi pezzi, come per esempio ‘KATO’ (‘Ground’, 2008) o ‘IMAGE ROUGE’ (‘Triod’, 2008) mi sembrano i corrispettivi sonori perfetti delle tue poesie: oscure cavità sotterranee in cui rilucono piccoli dettagli, luoghi di misteri, celebrazioni segrete, sacrifici. L’altra faccia è invece quella della sperimentazione venata di leitmotif hip-hop, che in qualche modo mi ricorda l’atteggiamento degli artisti americani della Pop Art nei confronti del ‘modello’ (‘TWIN’, ‘Triod’)
A volte, questi due atteggiamenti convergono, si mischiano morbidamente, creano tinte pastello (‘DEUS’, ‘FRENCH KISS’, ‘Triod’)
In ‘Akim 2010’ la gamma sonora viene ampliata, arricchita, il passaggio fra le due anime è ancora più morbido e naturale. Molto automatico e sparato invece ‘Life’ (2010), concentrato adrenalinico in metamorfosi continua. E ora?


ora, io sono sempre altrove, girano immagini, parole, musica, suoni nella mia testa, a volte diventano insopportabili urgenze, a volte embrioni in evoluzione, mai nessuna fretta forzerà la mia mano, ho cose nuove ma aspetto qualcosa che appunto cresca indipendentemente dentro di me, sicuramente tutto nuovo.


Che ne pensi di Internet in quanto strumento di promozione?


ottimo, ma il confronto o la semplice esposizione lascia il tempo che trova, credo più in un’attività di collaborazione per spazi virtuali sperimentali.


Al momento stai leggendo\ascoltando qualcosa di particolare che ti piacerebbe
consigliare a me e ai (sporadici) lettori del blog?


il musicista Alva Noto, e G.F.Malipiero per la musica, e trattati di semantica e biologia.


Il cinema ti interessa? E in che modo? C’è una forte componente visiva nella tua scrittura e nella tua musica. Se dovessi pensare a un corrispettivo filmico delle tue opere, quali film (esistenti o ancora immaginari\irrealizzati) ti verrebbero in mente?
(Parlando di immagine e suono, ho appena trovato per caso il tuo canale YT
http://www.youtube.com/user/crewpixel che risponde in maniera fisicamente evidente alla domanda e che quindi sono felice di condividere)

i film di CRONENBERG, POESIA PURA.


Parlaci del tuo progetto ‘CREWBIT’. In cosa consiste? Come si svilupperà?


è stato un progetto durato qualche mese e aveva l’intento di creare un portale libero per la pubblicazione di musica elettronica fatta in casa con “pochi”mezzi, avevo coinvolto diverse persone, ma non è stato possibile portalo a compimento, si erano creati video e interazioni con il mondo del teatro e come al solito molte altre cose, ma poi come dicevo non sono riuscito. ma credo di sviluppare altre idee simile per altri progetti, si vedrà

grazie ciao

mercoledì 29 giugno 2011

Interview with Dupobs


As Les Dupobs
were mentioned in the previous post, I have decided to post an old interview I did with them in 2009.

From ReverbNation: "Dupobs is a satirical noise duo based in Vancouver, Canada. Originally formed in 1988, dupobs’ sound is somewhat reminiscent of early DAF, or Violent Onsen Geisha. The group takes elements from noise and industrial music, and have labeled themselves “regressive”. According to their Manifesto, “Regressive music is the act of vomiting the world back onto itself”. One of the group’s members, Jean H., is also a member of A Spectre Is Haunting Europe, a death/gothic-rock group. The other member, Patrik Sampler, also records as Splattertron."

And now, the interview.
Certain aspects of the regressive movement remind me of DADA and surrealism. Were you partly inspired by those art movements when you wrote the regressive manifesto?

Patrik: That's right. We were inspired by DADA and surrealism, and, more specifically, absurdism. The manifesto, incidentally, came after the music. Speaking for myself, I wanted to know why I wanted to make music like that, and intuitively I felt there was some purpose to it -- not simply to make the worst crap imaginable. Jean put me on to Eugene Ionesco. I wanted to know more about what it means to be absurd, read Camus' Myth of Sysyphus...

Jean: Yes.

I, for my part, am strongly convinced that regressive music is the music before the last global decadence because it just shows how old this world is by now and how all the past and present music is inadequate when it comes to the search of the current truth. Do you agree with that?

Patrik: I would agree with that. Objectively, we live in a very decadent time -- especially in a material sense. This may sound trite, but the destructive capacity of our species is greater than ever before. We may be, in fact, on the verge of "the last global decadence". Most popular culture, as far as I can see, celebrates a society based on crap. I can't say I'm not sucked in by it to a certain extent, but I try to live truthfully. The problem is that people seem to be unwilling, or too afraid, to take action. This gets exaggerated in Canada. Things happen here that would cause riots in normal countries, so I feel especially oppressed by the environment. Getting back to your question, I do believe that mainstream music is inherently inadequate as a reflection of the truth because it accepts and reinforces fake sentimentality ... dupobs is just throwing it all back in mangled form. Because what's behind it is already mangled, and we're just showing it for what it is. This might sound nihilistic to most people, but we're rejecting only what is truly worth rejecting. Really I think we're doing everyone a huge favour. I mean, we want to educate people. And we want to reach out to people who see the world more truthfully.

Jean: Agree.

As one can read in your blog, “the language of DUPOBS is free of constraints: a signified is rarely referred to by the same signifier twice. This allows speakers to more accurately express the inner sound” I really like this. If everyone would adopt this method, we wouldn’t probably understand one another. However, a personal instinctive language seems priceless to me. How would you personally say ‘unfortunately my cat is dead but I bought another just yesterday, now I’ll have a beer’?

Patrik: Personally, I would say it, "Heuxgleughdokalskdeurfjongleuuu!" Most of what I say in regressive-talk is quite excited. The 'inner sound' is taken from Kandinsky, from On the Spiritual in Art. The point is about aesthetic liberation, and it's a joke, too. There's a lot of nonsense out there even with 'real' words. Talk about a war for peace. At one point we considered giving a regressive vocalization workshop...

Jean: I wouldn't say that at all. I'm not sure that it's a justifiable expense of breath; the amount of things I can say is finite.

When I listen to your music, I realize it’s even more ‘outsider’ than what is ordinarily considered ‘outsider music’ because what you do must be mostly random and not even inspired by any real musical logic. Do you think regressive music is the real way to express oneself since you’re not limited by any musical rules and the demand to write sensical lyrics?

Patrik: Well, that's how we like to express ourselves. It seems that 'outsider' music is a genre with its own rules -- so I don't really think 'outsider' is a helpful label. dupobs could fit within the realm of outsider music, improvised music... but a lot of these terms -- and the people behind them -- don't really mean what they say. We once approached an improvised music festival -- because we make improvised music -- but they didn't want us. What they wanted was a certain kind of improvised music, which doesn't seem very improvised to me. To be fair, we have a certain idea of what regressive music is. But I'd like to invite others to make their own regressive music, to expand the genre. Maybe one day there will be a regressive festival.

Jean: No, regressive music is just as convention-bound as any other formulaic music. For example, there are verses and choruses that must proceed in a certain order, must be announced, and both forms have distinct characteristics according to the rules of regressive music - see the manifesto.

Do you want to recommend us some regressive bands from all over the world?

Patrik: A lot of those bands can be found through "connections" at the Regressive group page at Last FM <http://www.last.fm/group/Regressive/connections >. It's really too bad that Last FM has started charging for access. We're probably going to start promoting ourselves elsewhere. On the regressive group page, we've been collecting anything we come across that has something in common with regressive music. There's a lot of crossover with noise and industrial, but not only. In terms of combining sloppiness and satire, I think Violent Onsen Geisha (from Japan) is quite typically regressive. He's one of the 'classics'.

Jean: There are very few that fit the bill, and understandably so, since Dupobs invented the form. We're (meaning the fans of Regressive) trying to put together a list. See http://www.last.fm/group/Regressive/connections#artists, and related discussions for that group.

A friend of mine would like to ask you if you ever listened to Demetrio Stratos’s ‘criptomelodie infantili’ (http://www.last.fm/music/Demetrio+Stratos/+videos/+1-6kxIWWW1_GQ) which is an effort to reproduce the subconscious musicality of children. He thinks there are some similarities between that and your music.

Patrik: Thanks for passing that on. I do think Stratos was getting at the same thing. It's humbling to know that someone was making this kind of music long before us. Subconscious musicality is certainly a part of what we do, and then we bring in elements of satire and social commentary...

Jean: No. I’ll check it out.

This is the last questions. So, "crappification" is equal to catharsis. Did you guys feel it was necessary to make regressive music to set free?

Patrik: For me, personally, crappification is a kind of catharsis. Musical regression helps me feel more free. As long as it doesn't hurt anyone else, I'd like everyone to feel free to express themselves however they want... wear 'regressive' fashion or no fashion, run around screaming, curl up and roll on the pavement, make choking and grunting noises, walk with contorted movements like butoh dancers... whatever. We're far too constrained by rules. Regressive music is all about subverting or ignoring rules.

Jean: No. There are far better ways (than music) of liberating people from the things that imprison them - pamphlets, boycotts, protests, labour action, revolution, etc. We're simply confronting a prevailing symbolic code and inventing/promoting our own in its place. I actually disagree with the cathartic theory regarding Regressive music. To me, Regressive music will succeed best if it becomes a form of music people use to decorate their aural environment - I look forward to a world in which regressive music occupies the same space now occupied by albums such as Eno's Music for Airports, music designed to enhance inhabited spaces. & it's not that I necessarily want to hear Dupobs played in airports with the intent of calming down air passengers. I would simply be interested in observing a world in which something like that is conceivable, and perhaps even discussed on television.

So that was the interview. Now go listen to Dupobs, you owe it to yourself. You won't regret it or maybe you will but it's simply something you can't ignore.

Official website: http://www.dupobs.ca/
YT: http://www.youtube.com/user/dupobs
 

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