giovedì 11 aprile 2019

Scipione - Poems (Translated from the Italian by Maurizio Brancaleoni; Revised by Jennifer Panek) (Free eBook)

Gino Bonichi, better known as Scipione after the Roman general Scipio Africanus, was born in Macerata in 1904. He moved to Rome in 1909, where he studied for a short period at the Academy of Fine Arts. Together with Mario Mafai and Antonietta Raphaël he was one of the founders of the so-called ‘Roman School’ or ‘Via Cavour School’, a group of Rome-based expressionist artists who opposed Fascist-approved Novecento movement. His paintings were first exhibited in 1927, and then, two years later, at the Venice Biennale.  In 1931 he also exhibited at the first Rome Quadriennale. He probably wrote his poems between 1928 and 1930.

Maurizio Brancaleoni received his MA in Language and Translation Studies from Sapienza University of Rome in January 2018, but he has been translating since 2012. His MA thesis aimed at providing an extended commentary and a translation into his native language of Thomas Wolfe’s posthumous work Passage to England. He has also published several pieces of poetry and fiction in various collections and journals and won a couple of literary prizes.

Jennifer Panek is an Associate Professor of English literature at the University of Ottawa. When not writing the academic publications on early modern English drama that her job demands, she translates Italian fiction for sheer enjoyment. She is currently working on her first translation for publication: Danilo Balestra's Tirati a Sorte, for Atene Edizioni.




* Every translation takes a lot of time and work. If you like this e-book and would like more, make a small donation to support the blog. *




giovedì 14 marzo 2019

Di banditi e briganti: Costa, "Giovanni Tolu"; Vismara, "Un banchetto di carne umana"


Enrico Costa, “Giovanni Tolu: Storia di un bandito sardo narrata da lui medesimo”

Fermo restando che già soltanto il capitoletto introduttivo sugli intrecci tra banditismo, governo regio e potentati vari in Sardegna, davvero interessante e ben ricostruito storicamente, meriterebbe menzione speciale, quella che segue è una potentissima semiautobiografia di un uomo quasi costretto per necessità a farsi "bandito" (ma non "brigante"!) in seguito alle presunte malie di un influente e ambiguo sacerdote. Se tante sono le occasioni in cui Tolu dimostra quanto più possano l'astuzia e la moderazione che un ricorso continuo e irriflessivo alla violenza, numerosi sono anche gli episodi in cui si presta a soccorrere gli altri, tanto che quando verrà arrestato pochi anni prima della morte e processato a Frosinone finirà per essere assolto nonostante tutto. A parte i radi commenti autoriali, Costa traduce in un italiano fiorentineggiante ma costellato di lessicalismi sardi e giri sintattici fascinosamente inconsueti la narrazione del Tolu. Un vero capolavoro da riscoprire.
Voto: 5/5

Antonio Vismara, “Un banchetto di carne umana: Storia criminale dei briganti La Gala”


A detta di Vismara, il suo fine sarebbe didattico e storico, ma questa ricostruzione tutto sommato relativamente romanzata e fin troppo basata sui fatti (basta leggere le sentenze giudiziarie alla fine del volume) non ci risparmia nessuna delle crudeltà, efferatezze e brutalità compiute dai La Gala (in realtà, Della Gala) e i loro accoliti. Altro che banditi dal cuore d'oro schierati con i poveri del Sud contro il neodominio piemontese come vorrebbe un certo prete nella narrazione, non si sa se più ingenuo o più interessato: ovunque vadano, questi ex-galeotti rubano, distruggono, sequestrano, ricattano, tagliano orecchie, torturano e molto di più e molto peggio e a farne le spese sono proprio le popolazioni di quei luoghi, spesso già molto povere, costrette a dover racimolare in poche ore cifre astronomiche pur di poter rivedere più o meno vivi i loro cari. Pur perdendosi occasionalmente in un citazionismo erudito un filo stonato, Vismara confeziona un libro per stomaci forti che non rifugge la morbosità. 
Voto: 4/5



Entrambi i libri sono stati editi di recente in formato elettronico da Indibooks.

sabato 12 gennaio 2019

Un estratto da "Passage to England" di Thomas Wolfe (Traduzione di Maurizio Brancaleoni)

Thomas Wolfe (1900-1938) nasce ad Asheville, North Carolina. Mentre studia drammaturgia ad Harvard scrive per il teatro, ma il successo arriva con il romanzo autobiografico Look Homeward, Angel (1929), seguito da Of Time and the River (1935) e dai postumi The Web and the Rock (1939) e You Can’t Go Home Again (1940), assemblati dall’editor Edward Aswell a partire da un enorme manoscritto incompiuto. Passage to England: A Selection, pubblicato solo nel 1998 senza modifiche significative, è forse l’esempio più autentico di una scrittura genuinamente wolfiana. La cronaca vera ma soprattutto fantastica di un viaggio per mare da New York a Tilbury fa da cornice a frammenti saggistici e inserti autobiografici, anticipando temi e tecniche tipiche dell’autore. In uno di questi frammenti, Wolfe racconta della diffusa ostilità verso il darwinismo negli stati meridionali e della crociata anti-evoluzionista portata avanti dal politico William Jennings Bryan e dalle associazioni interconfessionali fondamentaliste.

Fotografia dalla Van Vechten Collection della Library of Congress.

Tratto da “Passage to England: A Selection”, a cura di Suzanne Stutman e John L. Idol, Jr., The Thomas Wolfe Society, 1998.  Traduzione di Maurizio Brancaleoni.

È vero che ciò che potremmo chiamare lo Spirito del Luogo non favoriva particolarmente l’attività intellettuale. Credo di avervi già detto che si trattava di una tipica comunità del Sud degli Stati Uniti; da sempre tutti vivevano in un torpore delizioso, mangiavano del cibo ottimo cucinato ottimamente e con devota regolarità votavano a favore della democrazia. Un mio degno congiunto aveva letto da ragazzo un libro del defunto Charles Darwin; il libro gli aveva lasciato un’impronta indelebile e in seguito per anni non smise mai di ventilare le sue sfortunate opinioni in merito alle origini preistoriche dei suoi vicini ....


 

venerdì 30 novembre 2018

Selected Poems of Marina Pizzi (Free eBook)


Marina Pizzi is simply one of the best contemporary Italian poets. Unfortunately, only few of her poems have ever been translated in English and that is one of the reasons that pushed me to make this effort. Another motive is that while in general Pizzi’s syntax has a solid stone-like nature which suits English very well, her lines are extremely polysemic, ambiguous, and full of poetic inversions, which means that a non-native would have a hard time trying to interpret certain passages or grasp the whole range of nuances and meanings. This selection has been guided by personal taste. All the poems were originally published in electronic format. The titles of the (e-)books from which they are taken are given both in Italian and English. I hope this book will find its readers in this big, crazy e-maze.


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venerdì 2 novembre 2018

Recensione: " Arirang " (2011)

arirang kim ki-duk

Quasi epigono di Kerouac nel suo periodo di ritiro spirituale/artistico, Kim Ki-duk è immerso nella natura e vive in maniera molto semplice in una baracca (o in una tenda all'interno della baracca); come lo scrittore americano si guarda attorno, taglia la legna, accende la stufa, mangia, si ubriaca, soprattutto pensa. Poi la confessione, la biografia necessariamente parziale (in entrambi i sensi) e capiamo che il ritiro è più inevitabile che voluto. Il suo soliloquio spontaneo (apparentemente dialogo fra lui e un altro lui, lui e la sua ombra, lui e noi) cattura, conquista. Non c'è più bisogno del film, questo è già un film senza esserlo. Kim Ki-duk è completamente onesto con noi? Non più di quanto ciascuno lo sia con sé stesso. Quant'è vero il dramma? Le lacrime? Lui stesso ammette di aver pianto la prima volta per esaltare l'effetto drammatico. Eppure la disperazione "naturale" del regista, ma soprattutto dell'uomo, è palpabile. Se c'è finzione, è minima, quasi inesistente. Anzi, serve a rendere le cose ancora più vere.

Arirang - pezzo tradizionale coreano - diventa così il suo canto di angoscia personalizzato e di nuovo - come sempre, per tutti - il problema, il sunto, la parola è "solitudine". E "auto-tortura". Il regista è personaggio, è persona comune - uno di "loro" - proprio perché parla di sé con sé stesso, delle sue delusioni, delle sue tristezze, del suo male di vivere personale e al tempo stesso comune, ordinario e tanto più terribile. La conclusione è la parodia di un gangster movie con tanto di cattivone stereotipato, ammazzamenti e finto/vero suicidio. "Ready, action!". BANG.

Oltre il film e il documentario, “Arirang” è un’opera tanto più grezza quanto più efficace in cui la vita è sia fonte che materia.