sabato 12 gennaio 2019

Un estratto da "Passage to England" di Thomas Wolfe (Traduzione di Maurizio Brancaleoni)

Thomas Wolfe (1900-1938) nasce ad Asheville, North Carolina. Mentre studia drammaturgia ad Harvard scrive per il teatro, ma il successo arriva con il romanzo autobiografico Look Homeward, Angel (1929), seguito da Of Time and the River (1935) e dai postumi The Web and the Rock (1939) e You Can’t Go Home Again (1940), assemblati dall’editor Edward Aswell a partire da un enorme manoscritto incompiuto. Passage to England: A Selection, pubblicato solo nel 1998 senza modifiche significative, è forse l’esempio più autentico di una scrittura genuinamente wolfiana. La cronaca vera ma soprattutto fantastica di un viaggio per mare da New York a Tilbury fa da cornice a frammenti saggistici e inserti autobiografici, anticipando temi e tecniche tipiche dell’autore. In uno di questi frammenti, Wolfe racconta della diffusa ostilità verso il darwinismo negli stati meridionali e della crociata anti-evoluzionista portata avanti dal politico William Jennings Bryan e dalle associazioni interconfessionali fondamentaliste.

Fotografia dalla Van Vechten Collection della Library of Congress.

Tratto da “Passage to England: A Selection”, a cura di Suzanne Stutman e John L. Idol, Jr., The Thomas Wolfe Society, 1998.  Traduzione di Maurizio Brancaleoni.

È vero che ciò che potremmo chiamare lo Spirito del Luogo non favoriva particolarmente l’attività intellettuale. Credo di avervi già detto che si trattava di una tipica comunità del Sud degli Stati Uniti; da sempre tutti vivevano in un torpore delizioso, mangiavano del cibo ottimo cucinato ottimamente e con devota regolarità votavano a favore della democrazia. Un mio degno congiunto aveva letto da ragazzo un libro del defunto Charles Darwin; il libro gli aveva lasciato un’impronta indelebile e in seguito per anni non smise mai di ventilare le sue sfortunate opinioni in merito alle origini preistoriche dei suoi vicini ....


 

venerdì 30 novembre 2018

Selected Poems of Marina Pizzi (Free eBook)


Marina Pizzi is simply one of the best contemporary Italian poets. Unfortunately, only few of her poems have ever been translated in English and that is one of the reasons that pushed me to make this effort. Another motive is that while in general Pizzi’s syntax has a solid stone-like nature which suits English very well, her lines are extremely polysemic, ambiguous, and full of poetic inversions, which means that a non-native would have a hard time trying to interpret certain passages or grasp the whole range of nuances and meanings. This selection has been guided by personal taste. All the poems were originally published in electronic format. The titles of the (e-)books from which they are taken are given both in Italian and English. I hope this book will find its readers in this big, crazy e-maze.


 * Every translation takes a lot of time and work. If you have enjoyed this free e-book, donate via PayPal to support the blog and keep it ad-free. Any amount you choose to give will be greatly appreciated. *



venerdì 2 novembre 2018

Recensione: " Arirang " (2011)

arirang kim ki-duk

Quasi epigono di Kerouac nel suo periodo di ritiro spirituale/artistico, Kim Ki-duk è immerso nella natura e vive in maniera molto semplice in una baracca (o in una tenda all'interno della baracca); come lo scrittore americano si guarda attorno, taglia la legna, accende la stufa, mangia, si ubriaca, soprattutto pensa. Poi la confessione, la biografia necessariamente parziale (in entrambi i sensi) e capiamo che il ritiro è più inevitabile che voluto. Il suo soliloquio spontaneo (apparentemente dialogo fra lui e un altro lui, lui e la sua ombra, lui e noi) cattura, conquista. Non c'è più bisogno del film, questo è già un film senza esserlo. Kim Ki-duk è completamente onesto con noi? Non più di quanto ciascuno lo sia con sé stesso. Quant'è vero il dramma? Le lacrime? Lui stesso ammette di aver pianto la prima volta per esaltare l'effetto drammatico. Eppure la disperazione "naturale" del regista, ma soprattutto dell'uomo, è palpabile. Se c'è finzione, è minima, quasi inesistente. Anzi, serve a rendere le cose ancora più vere.

Arirang - pezzo tradizionale coreano - diventa così il suo canto di angoscia personalizzato e di nuovo - come sempre, per tutti - il problema, il sunto, la parola è "solitudine". E "auto-tortura". Il regista è personaggio, è persona comune - uno di "loro" - proprio perché parla di sé con sé stesso, delle sue delusioni, delle sue tristezze, del suo male di vivere personale e al tempo stesso comune, ordinario e tanto più terribile. La conclusione è la parodia di un gangster movie con tanto di cattivone stereotipato, ammazzamenti e finto/vero suicidio. "Ready, action!". BANG.

Oltre il film e il documentario, “Arirang” è un’opera tanto più grezza quanto più efficace in cui la vita è sia fonte che materia.