giovedì 14 marzo 2019

Recensione: Costa, "Giovanni Tolu"; Vismara, "Un banchetto di carne umana"


Enrico Costa, “Giovanni Tolu: Storia di un bandito sardo narrata da lui medesimo”

Fermo restando che già soltanto il capitoletto introduttivo sugli intrecci tra banditismo, governo regio e potentati vari in Sardegna, davvero interessante e ben ricostruito storicamente, meriterebbe menzione speciale, quella che segue è una potentissima semiautobiografia di un uomo quasi costretto per necessità a farsi "bandito" (ma non "brigante"!) in seguito alle presunte malie di un influente e ambiguo sacerdote. Se tante sono le occasioni in cui Tolu dimostra quanto più possano l'astuzia e la moderazione che un ricorso continuo e irriflessivo alla violenza, numerosi sono anche gli episodi in cui si presta a soccorrere gli altri, tanto che quando verrà arrestato pochi anni prima della morte e processato a Frosinone finirà per essere assolto nonostante tutto. A parte i radi commenti autoriali, Costa traduce in un italiano fiorentineggiante ma costellato di lessicalismi sardi e giri sintattici fascinosamente inconsueti la narrazione del Tolu. Un vero capolavoro da riscoprire.
Voto: 5/5

Antonio Vismara, “Un banchetto di carne umana: Storia criminale dei briganti La Gala”


A detta di Vismara, il suo fine sarebbe didattico e storico, ma questa ricostruzione tutto sommato relativamente romanzata e fin troppo basata sui fatti (basta leggere le sentenze giudiziarie alla fine del volume) non ci risparmia nessuna delle crudeltà, efferatezze e brutalità compiute dai La Gala (in realtà, Della Gala) e i loro accoliti. Altro che banditi dal cuore d'oro schierati con i poveri del Sud contro il neodominio piemontese come vorrebbe un certo prete nella narrazione, non si sa se più ingenuo o più interessato: ovunque vadano, questi ex-galeotti rubano, distruggono, sequestrano, ricattano, tagliano orecchie, torturano e molto di più e molto peggio e a farne le spese sono proprio le popolazioni di quei luoghi, spesso già molto povere, costrette a dover racimolare in poche ore cifre astronomiche pur di poter rivedere più o meno vivi i loro cari. Pur perdendosi occasionalmente in un citazionismo erudito un filo stonato, Vismara confeziona un libro per stomaci forti che non rifugge la morbosità. 
Voto: 4/5

Entrambi i libri sono stati editi di recente in formato elettronico da Indibooks. Puoi comprarli qui e qui. Sei un nostalgico del cartaceo? "Giovanni Tolu" è acquistabile qui.

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sabato 12 gennaio 2019

Un breve estratto da "Passage to England" di Thomas Wolfe (Traduzione di Maurizio Brancaleoni)

Thomas Wolfe (1900-1938) nasce ad Asheville, North Carolina. Mentre studia drammaturgia ad Harvard scrive per il teatro, ma il successo arriva con il romanzo autobiografico Look Homeward, Angel (1929), seguito da Of Time and the River (1935) e dai postumi The Web and the Rock (1939) e You Can’t Go Home Again (1940), assemblati dall’editor Edward Aswell a partire da un enorme manoscritto incompiuto. Passage to England: A Selection, pubblicato solo nel 1998 senza modifiche significative, è forse l’esempio più autentico di una scrittura genuinamente wolfiana. La cronaca vera ma soprattutto fantastica di un viaggio per mare da New York a Tilbury fa da cornice a frammenti saggistici e inserti autobiografici, anticipando temi e tecniche tipiche dell’autore. In uno di questi frammenti, Wolfe racconta della diffusa ostilità verso il darwinismo negli stati meridionali e della crociata anti-evoluzionista portata avanti dal politico William Jennings Bryan e dalle associazioni interconfessionali fondamentaliste.

Fotografia dalla Van Vechten Collection della Library of Congress.

Tratto da “Passage to England: A Selection”, a cura di Suzanne Stutman e John L. Idol, Jr., The Thomas Wolfe Society, 1998.  Traduzione di Maurizio Brancaleoni.

È vero che ciò che potremmo chiamare lo Spirito del Luogo non favoriva particolarmente l’attività intellettuale. Credo di avervi già detto che si trattava di una tipica comunità del Sud degli Stati Uniti; da sempre tutti vivevano in un torpore delizioso, mangiavano del cibo ottimo cucinato ottimamente e con devota regolarità votavano a favore della democrazia. Un mio degno congiunto aveva letto da ragazzo un libro del defunto Charles Darwin; il libro gli aveva lasciato un’impronta indelebile e in seguito per anni non smise mai di ventilare le sue sfortunate opinioni in merito alle origini preistoriche dei suoi vicini. Questa indelicatezza era causa di inconfondibile fastidio tra i comuni cittadini e gli fece guadagnare la reputazione di un Pensatore Progredito e perciò alquanto Pericoloso. E questa reputazione non scemò nemmeno dopo la comparsa sulla scena del democratico William Jennings Bryan, imbarcatosi in uno dei suoi tour della salvezza subito dopo le sue prime ricerche approfondite nel campo della biologia. In effetti, tutto ciò che le "persone di retto pensiero", per usare un'espressione che dà ai religiosi non poca soddisfazione e con cui tutti gli alti funzionari della Fondazione Rockefeller dovrebbero aprire i loro discorsi a qualsiasi banchetto veda la presenza del loro benefattore, dicevo, ciò che le "persone di retto pensiero" ribattevano in quell'epoca in tutto il Sud era: "Non mi fai fesso, non sono stupido come una scimmia". In realtà in uno stato vicino la gente lo diceva con un tale violenza che l'assemblea legislativa decretò di far sparire dalla faccia della terra lo sfortunato sig. Darwin e le sue opinioni, dimostrando così, spero ogni oltre dubbio, l'efficacia della legge sui meccanismi di natura. Nel mio stato, i pastori del gregge, esercitando la prerogativa di varare il giudizio finale senza prima svolgere indagini sull'arte, la letteratura, la scienza e la storia, prerogativa che Dio aveva benevolmente concesso solo ai Suoi ministri, operarono tanto sublimemente che le Forze dell'Oscurità nell'assemblea legislativa furono quasi completamente sconfitte e riuscirono a tenere in vita l'antico errore nelle scuole per un solo voto. Ma c'era ancora speranza malgrado tutto: la maligna superstizione che ci fosse mai stata una separazione tra le questioni della Chiesa e quelle dello Stato fu splendidamente stroncata e gli oracoli elargivano la promessa di un ritorno ancora più manifesto ai piaceri del medievalismo. Si poteva forse giudicare infelice il fatto che i Servi del Verbo non fossero più appositamente armati per l'assalto con qualche munizione degli avversari e in mancanza di argomenti si abbandonassero all'invettiva. Pochissimi tra loro, tuttavia, erano tanto arditi da essere disposti a scambiare una ragione per una maledizione e la condanna ispirata ebbe la meglio, usufruendo di quello splendido strumento con cui la Chiesa aveva additato per sedici secoli la cattiveria della ragione e l'empietà del libero pensiero, il quale, comunque, come molte cose maligne, si è fatto strada nel sangue calpestando i corpi di quei capi fanatici che per lui sono stati maledetti, flagellati, bruciati, spezzati e crucifissi, come è giusto che fossero, desiderando, con insolenza e superbia, entrare in Paradiso, se mai, come adulti e non come bambini. Di certo non bisogna credere che i difensori della verità fossero del tutto sprovvisti di testo in quel momento. L'avevano, in realtà, e parlavano spesso, trionfanti e perentori, di quel libro meraviglioso che contiene ogni cosa, che contiene l'ultima parola su tutti i problemi della biologia e della storia naturale, dacché fu scritto da Dio, dettato per migliaia di anni a parecchie ventine dei Suoi profeti e infine tradotto da Lui stesso nel possente e bellissimo organo dell'inglese secentesco, la Bibbia di Re Giacomo, operando per tramite di quattro dozzine di quei sudditi più colti e devoti che dovevano al re una fedeltà minore. Inutile a dirsi, come tutti i libri eminentemente seri sulla scienza, il Verbo era da prendere alla lettera e con esattezza.

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venerdì 30 novembre 2018

Selected Poems of Marina Pizzi - Translation from the Italian by Maurizio Brancaleoni (Free eBook)


Marina Pizzi is simply one of the best contemporary Italian poets. Unfortunately, only few of her poems have ever been translated in English and that is one of the reasons that pushed me to make this effort. Another motive is that while in general Pizzi’s syntax has a solid stone-like nature which suits English very well, her lines are extremely polysemic, ambiguous, and full of poetic inversions, which means that a non-native would have a hard time trying to interpret certain passages or grasp the whole range of nuances and meanings. This selection has been guided by personal taste. All the poems were originally published in electronic format. The titles of the (e-)books from which they are taken are given both in Italian and English. I hope this book will find its readers in this big, crazy e-maze.
 
*Last revised December 2020


 * Every translation takes a lot of time and work. If you have enjoyed this free e-book, donate via PayPal or Ko-fi to support the blog. Any amount you choose to give will be greatly appreciated. *


venerdì 2 novembre 2018

Recensione: " Arirang " (2011)

arirang kim ki-duk

Quasi epigono di Kerouac nel suo periodo di ritiro spirituale/artistico, Kim Ki-duk è immerso nella natura e vive in maniera molto semplice in una baracca (o in una tenda all'interno della baracca); come lo scrittore americano si guarda attorno, taglia la legna, accende la stufa, mangia, si ubriaca, soprattutto pensa. Poi la confessione, la biografia necessariamente parziale (in entrambi i sensi) e capiamo che il ritiro è più inevitabile che voluto. Il suo soliloquio spontaneo (apparentemente dialogo fra lui e un altro lui, lui e la sua ombra, lui e noi) cattura, conquista. Non c'è più bisogno del film, questo è già un film senza esserlo. Kim Ki-duk è completamente onesto con noi? Non più di quanto ciascuno lo sia con sé stesso. Quant'è vero il dramma? Le lacrime? Lui stesso ammette di aver pianto la prima volta per esaltare l'effetto drammatico. Eppure la disperazione "naturale" del regista, ma soprattutto dell'uomo, è palpabile. Se c'è finzione, è minima, quasi inesistente. Anzi, serve a rendere le cose ancora più vere.

Arirang - pezzo tradizionale coreano - diventa così il suo canto di angoscia personalizzato e di nuovo - come sempre, per tutti - il problema, il sunto, la parola è "solitudine". E "auto-tortura". Il regista è personaggio, è persona comune - uno di "loro" - proprio perché parla di sé con sé stesso, delle sue delusioni, delle sue tristezze, del suo male di vivere personale e al tempo stesso comune, ordinario e tanto più terribile. La conclusione è la parodia di un gangster movie con tanto di cattivone stereotipato, ammazzamenti e finto/vero suicidio. "Ready, action!". BANG.

Oltre il film e il documentario, “Arirang” è un’opera tanto più grezza quanto più efficace in cui la vita è sia fonte che materia.

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giovedì 4 ottobre 2018

Cinque poesie inedite di Adrian C. Louis - Traduzione di Maurizio Brancaleoni


Scrittore statunitense di origini native, Adrian C. Louis nasce nel 1946 nello stato del Nevada. Laureatosi in Scrittura creativa alla Brown University nel Rhode Island, affianca all’attività letteraria quella di giornalista e insegnante. Due volte vincitore del prestigioso Pushcart Prize, Louis ha pubblicato numerosi libri di poesia, ma anche un romanzo, Skins (1995), di cui è uscita un’omonima trasposizione cinematografica nel 2002, e una raccolta di racconti, "Wild Indians & Other Creatures" (1996). Caratteristico dell’opera di Louis è il contrasto tra una realtà prosaica e disperante dove regnano consumismo e omologazione e ciò che resta di una spiritualità quasi estinta.



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